Salva Stati, guerra Conte-Salvini. Il premier «Lo querelo». La Lega chiama in causa il Colle

Giovedì 28 Novembre 2019
Salva Stati, guerra Conte-Salvini. Il premier «Lo querelo». La Lega chiama in causa il Colle

Non si placa lo scontro sulla riforma del salva-Stati con polemiche che arrivano a coinvolgere i massimi vertici istituzionali: la presidenza della Repubblica e il Presidente del Consiglio, con il premier che annuncia l'intenzione di tornare a riferire in Parlamento lunedì dopo l'informativa di quest'estate. Dopo la bagarre di ieri in Aula a Montecitorio, Matteo Salvini alza ancora il tiro ed invoca l'intervento del Capo dello Stato: «Chiediamo al garante della Costituzione di farla valere» afferma il leader del Carroccio che chiede «un incontro ai massimi vertici istituzionali».

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La sua tesi non cambia: «siamo in una democrazia parlamentare e se questo governo tradisce il Parlamento firmando un trattato mortale per l'economia italiana, non rispetta la Costituzione. E siccome il Presidente è il garante della Costituzione, se qualcuno ha sbagliato paga». Non solo. «I nostri avvocati stanno studiando l'ipotesi di un esposto ai danni del governo e di Conte» attacca ancora Salvini che parla del meccanismo salva-Stati come di un «attentato alla sovranità nazionale» e un «tradimento dell'Unione europea: roba da Unione Sovietica...». Troppo per il premier Giuseppe Conte - che Salvini, tra l'altro, paragona al Marchese del Grillo - che risponde alla sfida: «a chi oggi si sbraccia a minacciare, io dico: Salvini vada in procura a fare l'esposto, e io querelerò per calunnia». Di più. «Io - ricorda - non ho l'immunità, lui sì, e ne ha già approfittato per il caso Diciotti. Veda questa volta, perché io lo querelerò per calunnia, di non approfittarne più».

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Conte annuncia quindi che lunedì sarà alla Camera: «come sempre sarò in Parlamento, in modo trasparente, a riferire tutte le circostanze». Svolgerà un'informativa in Aula a cui seguirà, quindi, un dibattito sull'intervento ma senza votazioni su documenti o eventuali risoluzioni presentate dai gruppi, non previsti dal regolamento. Nel mezzo della polemica, poi, si inserisce il M5s. Il Movimento è sulla linea di Salvini: già a giugno aveva chiesto a Conte di mettere il veto nel caso in cui il trattato fosse risultato penalizzante per l'Italia e con la Lega aveva firmato una risoluzione che chiedeva al premier di riferire in Parlamento prima di dare l'ok a qualsiasi riforma. Ora, quindi, Luigi Di Maio è stretto tra due fuochi. Con il Pd che assieme ad Italia Viva, difende il premier. «Quando era al Governo, Salvini ha condiviso e approvato la riforma. Ora, come al solito, diffonde teorie false per danneggiare l'Italia, la sua forza e credibilità. Non lo permetteremo mai» sostiene il segretario dem, Nicola Zingaretti.

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Ma Salvini nega: «abbiamo ampie prove di messaggi, di interlocuzioni, sulla nostra posizione che era "non firmiamo un cazzo"!». E Giorgia Meloni gli fa sponda attaccando il ministro dell'Economia. «Ci aspettiamo che Conte disconosca le parole di Roberto Gualtieri che ha detto che è un trattato già sottoscritto e inemendabile». Il capo politico del M5s riunisce invece la base parlamentare scalpitante e cerca una via d'uscita: chiede al premier modifiche al trattato ma gli riconosce l'approccio nella logica del «pacchetto». «Come M5S abbiamo l'obbligo di controllare non solo la riforma del Mes, ma anche tutti gli altri negoziati in corso come quello sull'unione bancaria. Per cui solo il combinato disposto di queste riforme ci può permettere di capire se il risultato sia soddisfacente» dice ai parlamentari riuniti. Gli promette di seguire da vicino il dossier, chiede alla sottosegretaria alle politiche dell'Ue Laura Agea e a due capigruppo di affiancarlo, organizza tavoli di lavoro per predisporre una proposta. Poi rinnova la «massima fiducia in Conte e Gualtieri» ma avverte: «è evidente che occorre migliorare il negoziato difendendo gli interessi dell'Italia». Insomma il M5s non intende mettere in discussione «l'appartenenza ad Euro ed Europa» ma «se qualcosa non è accettabile va migliorata. E la riforma del Mes si può migliorare».

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Matteo Salvini e Giuseppe Conte

La strategia sul Mes di Conte. La scenografia non sarà quella di Palazzo Madama, come nel discorso del 20 agosto, ma quella di Montecitorio. La sostanza, però, sarà la stessa: sbugiardare l'avversario numero uno del governo giallorosa, Matteo Salvini. È sul fondo salva-Stati, dal lontano Ghana, che il premier Giuseppe Conte prepara la sua nuova controffensiva anti-Lega. Una controffensiva che porta con sé una strategia parallela: spingere la maggioranza a dare un placet in gran parte condiviso a quel Meccanismo economico di Stabilità dal quale l'Italia, di fatto, non può sfilarsi. 

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Ed è una strategia nella quale Palazzo Chigi sembra trovare una sponda al Quirinale. Dove regna il silenzio rispetto agli appelli e agli attacchi di Salvini. Il presidente Sergio Mattarella e Conte, sul Mes, si sono sentiti nei giorni scorsi. Ed è una vicenda spinosa, quella del fondo Salva-Stati, che mette in gioco i rapporti tra l'Italia e i grandi d'Europa. E che rischia di porre il Paese in una posizione di svantaggio sul terzo e delicato pilastro delle riforme dell'eurozona: l'Unione bancaria. 
 

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Su quest'ultimo punto l'Italia deve far fronte alla proposta Scholz, ministro delle Finanze tedesco, che contiene una trappola per Paesi con alto debito e spread elevati come il nostro: non rendere più «a rischio zero» l'acquisto di titoli di Stato da parte delle banche. Per questo, a Palazzo Chigi si muovono su un doppio binario: quello del prudente negoziato nella Ue e quello della ferma risposta agli attacchi di Salvini. Attacchi sui quali Conte trova l'implicita sponda del Colle. Mattarella non considera quella lanciata da Salvini una chiamata in causa a cui sente il dovere di rispondere. Tanto che, al Quirinale, in queste ore si ricorda come il capo dello Stato, in passato, non abbia ricevuto gruppi parlamentari o partiti che intendevano criticare i lavori delle Camere. L'argomento Mes, insomma, investe il governo e il Parlamento nelle loro rispettive prerogative. 

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È proprio su questo punto, da qui a lunedì prossimo, che lavorerà Conte. Documentando come del Mes si sia già ampiamente parlato nei Consigli dei ministri e anche nelle commissioni parlamentari all'epoca gialloverde. E con il sostanziale, sebbene silenzioso, placet dell'allora ministro dell'Interno. Una volta chiariti agli italiani gli elementi del negoziato Conte, a metà dicembre, non si sottrarrà nel toccare l'argomento al Consiglio Ue. Ma è difficile che il sì dei governi dell'eurozona arrivi per dicembre: nella maggioranza si prevede che sia febbraio il mese in cui l'eurosummit dia il suo ok definitivo. Ben diverso l'approccio del premier con Luigi Di Maio. Il leader del M5S sulle sue critiche al Mes, ha ricompattato i gruppi trovando d'accordo, alla congiunta, persino «big» dell'ala ortodossa come Giuseppe Brescia. 
 

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Ma, si sottolinea nel Movimento, l'approccio di Di Maio è meno urlato e «non è contro qualcuno». In queste ore i contatti con Conte sono frequenti e a lui Di Maio ha chiesto di sfruttare ogni margine per migliorare il trattato. Ed è un punto che trova il premier d'accordo. Per questo, quando ad Accra giungono a Conte gli echi degli attacchi della Lega il premier cerca di rovesciare il trend unendo la maggioranza contro un avversario. E i passi di «borbor dance», la danza tipica ghanese a cui si lascia andare prima di rientrare a Roma danno il segno della tranquillità del premier sull'argomento.

Ultimo aggiornamento: 29 Novembre, 07:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA