Provenzano: «Il Sud non è una causa persa ma basta ritardi sui fondi Ue»

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di Nando Santonastaso

«Questo governo non è contro il Nord ma amico del Sud perché così è amico di tutta l'Italia», dice convinto Giuseppe Provenzano, 37 anni, siciliano, nella sua prima intervista da ministro del Sud a un quotidiano. E precisa: «Non basta essere meridionali per essere anche meridionalisti, anzi la storia ci ricorda che spesso sono stati proprio i meridionali i principali nemici del Mezzogiorno. Conta quello che ha detto il presidente del Consiglio nel discorso programmatico. E cioè la centralità del Mezzogiorno per la crescita del Paese. Se penso a tutte le volte in cui in analoghe circostanze il Sud veniva a stento citato non posso non sottolineare il valore di questa impostazione».

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Bisogna tradurre i valori in scelte concrete, perché nel frattempo il divario continua ad aumentare. Come?
«Ne siamo tutti consapevoli. Il Sud non è una causa persa e non è destinato a rimanere fuori dal processo di modernizzazione del Paese. Deve essere sempre più chiaro, specie ora che l'Europa deve fare i conti con la recessione, che il Mezzogiorno è la vera, grande opportunità. Già adesso per ogni 10 euro investiti al Sud ne ritornano 4 al Nord sotto forma di domanda aggiuntiva di beni e servizi a riprova di una interdipendenza ormai inconfutabile. Se ammazziamo il mercato interno che ancora oggi garantisce il 14% del Pil, zavorriamo pesantemente anche le imprese del Nord».

Ma la crescita del Mezzogiorno da dove deve ripartire? Lei ha lavorato su molti temi anche in qualità di vicedirettore della Svimez, che idee può mettere in campo?
«Partiamo dal rapporto con l'Europa, che è strategico per il nostro Paese. Io sono molto preoccupato per il grado di assorbimento dei fondi europei e una delle mie priorità sarà quella di mettere al sicuro le risorse dell'attuale ciclo perché ne sono state spese finora troppo poche e rischiamo il loro disimpegno da parte dell'Ue. Il presidente Conte ha posto con forza la necessità del sostegno di Bruxelles ad un piano straordinario di investimenti per il Sud sul quale il governo punta moltissimo per invertire un trend assai negativo che negli ultimi anni ha penalizzato duramente un'area di 20 milioni di abitanti».

È il piano che prevede lo scorporo del cofinanziamento nazionale dei fondi Ue dal Patto di stabilità come chiesto dall'Europarlamento?
«Questo è uno degli obiettivi di cui farà parte il dialogo appena iniziato con la nuova Commissione. Ma come ha detto proprio ieri il ministro dell'Economia Gualtieri, all'Europa chiederemo subito di concordare piani di investimenti pubblici in particolare sui temi della sostenibilità ambientale e sociale che andranno scorporati dal Patto di stabilità e crescita».

Ma c'è ancora fiducia nell'industria come fonte primaria di occupazione e sviluppo al Sud?
«Assolutamente, non ho mai pensato che il futuro del Mezzogiorno potesse dipendere solo da turismo e agricoltura, che pure hanno potenzialità inespresse. Sono fortemente convinto invece che il Sud possa diventare l'area naturale di sperimentazione del green new deal, la vera priorità strategica del governo. Questo vuol dire investimenti per il riassetto del territorio ma anche interventi sulla mobilità sostenibile, sull'efficienza energetica, sulle città e sulla loro vivibilità. E per me vuol dire restituire un ruolo alle aree interne dimenticate dalla politica, rilanciando con forza la Strategia nazionale, perché questo tema è decisivo anche al Nord».

Lavoro e occupazione: troverà posto nella nuova legge di bilancio la decontribuzione piena per i nuovi assunti al Sud?
«Per la verità si sta ragionando sulla strutturale riduzione delle tasse sul lavoro, a vantaggio dei lavoratori. Le misure temporanee non danno i risultati attesi. Il taglio del cuneo riguarda tutto il Paese ma può aggredire proprio il nodo del disagio economico e occupazionale concentrato soprattutto al Sud, tanto è vero che si inizierà proprio dai redditi medio-bassi. Bisogna partire dalla qualità delle produzioni e del lavoro, incentivando chi vuole investire in quest'area. Non cadrò nella retorica dei tanti giovani che lasciano il Mezzogiorno, facciano le loro esperienze anche all'estero. La nostra sfida è attrarre, offrire condizioni di vita e di lavoro altrettanto competitive, per il diritto a restare».

Le imprese chiedono che venga potenziato il credito di imposta per chi investe al Sud, si può fare?
«Certamente, questa misura dovrebbe trovare posto nella legge di bilancio, diverse analisi hanno mostrato quanto sia stata utile a incoraggiare gli investimenti nel Mezzogiorno. Penso però che sia essenziale aggredire il nodo del trasferimento tecnologico. È l'anello di congiunzione, fin qui mancato, tra nuove politiche industriali e investimento in istruzione, che da solo altrimenti rischia di preparare l'emigrazione di domani».

Lei sarà in prima fila nella definizione della riforma dell'autonomia rafforzate delle Regioni, pur non essendo di sua stretta competenza. Che ruolo intende svolgere?
«Ho le mie idee sul regionalismo, ma mi riconosco nell'impegno assunto dal governo a una riforma giusta, che sancisca l'unità indivisibile del Paese sulla quale non ci possono essere ambiguità. È fondamentale stabilire i livelli essenziali delle prestazioni che devono essere uguali al Nord e al Sud e attuare quella parte della Riforma Calderoli rimasta nel cassetto, che prevedeva l'istituzione del Fondo di perequazione per compensare i ritardi e gli squilibri delle Regioni più deboli. Il governatore Zaia può continuare ad attaccarmi, ma se ora dice di condividere il principio della coesione nazionale mi sembra una novità di cui essere soddisfatti».
Sabato 14 Settembre 2019, 08:42 - Ultimo aggiornamento: 14-09-2019 13:31
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