Referendum, il No di Prodi che smaschera ipocrisie e paure dei partiti

Sabato 29 Agosto 2020 di Mario Ajello
Referendum, il No di Prodi che smaschera ipocrisie e paure dei partiti

Il Pd è stato colto in contropiede. E come spesso capita, Romano Prodi, che quel partito lo ha fondato, si rivela spiazzante. Le acrobazie dei dem, con Zingaretti che li vuole per il Sì «riformista», ovvero favorevole al taglio del numero dei parlamentari come impone M5S ma chiedendo in cambio ai grillini un improbabile riforma elettorale, trovano nel Professore uno che, per linearità e senza tatticismo e politicismi, dice la sua e l’effetto è che il re è nudo. Insomma il no prodiano nel referendum del 20 e 21 settembre rispecchia quanto molti dem vogliono ma non hanno il coraggio di dire: ossia che accodarsi al grillismo anti-casta in nome di una riforma poco utile è sbagliato. E ieri, dopo che sul Messaggero il Prof ha detto la sua, maggiorenti e semplici parlamentari del Pd non facevano che ripetere: «Ah, Romano ha proprio ragione. Non è il numero degli onorevoli la questione importante ma è come vengono eletti». Ora lo sono per nomina di partito.

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Peccato però che, in attesa che Zingaretti e la direzione del Pd decidano la linea da seguire - e sarà per il Sì ma con libertà di coscienza - pochi esponenti del partito hanno il coraggio di dire apertamente che Prodi ha ragione e che loro la pensano come lui. Mai mettersi contro il presunto volere della «ggente» (che i parlamentari per lo più li disprezza e i sondaggi danno il sì per vincente 70 contro 30) e mai osare opporsi ai compagni di governo grillini anche se poi la probabile vittoria del fronte del Sì se la intesteranno loro e i dem fungeranno da follower e ruote di scorta. Dunque il no di Prodi è un sasso gettato nello stagno, anzi nella palude, dell’ipocrisia del Pd. E potrebbe aiutare i dem ad uscire dalle loro doppiezze tardo o pseudo-togliattiane. Il Pd ha sempre votato nelle Camere per il no al taglio del numero dei parlamentari. Salvo l’ultima volta quando - pur di fare l’accordo di governo con M5S - i dem hanno impugnato contraddittoriamente la bandiera anti-casta e anti-politica e aderito per convenienza contingente a quella cultura di distacco rispetto al Palazzo che non è mai stata la loro. Dalle parti del Nazareno, fioccano riservatamente i «bravo Prof» ma la sua scelta di indipendenza - «Dicendo no al referendum, Prodi ha anche il coraggio di pregiudicarsi anche l’appoggio grillino a votarlo come prossimo capo dello Stato», è uno dei discorsi circolanti off record - non se la possono permettere in tanti.

TATTICISMI
Del resto le ambiguità referendarie, anche fuori dalla sinistra, riguardano tutti. E il discorso di Prodi vale anche oltre i recinti del suo campo. Dove - si pensi a Forza Italia - pochi si assumono l’onore di dire veramente come la pensano. Basta conoscere e conversare con gli esponenti azzurri, e accorgersi di quanto e di quanti, non solo Brunetta e Napoli, Mulé e Cangini, vorrebbero smarcarsi dall’ideologia anti-casta del no. Lo stesso Berlusconi compulsa sondaggi a ripetizione. Gli ultimi gli stanno dicendo questo: che il no cresce. Se davvero crescerà ancora e tanto - al Cavaliere risulta che si è già oltre il 30 per cento - magari prenderà a sua volta più coraggio. Ma è sicuro, comunque, che lascerà ai suoi libertà di coscienza. Il cerchiobottismo, che non è di Prodi, è l’atteggiamento prevalente al netto del sì lineare di M5S e di Fratelli d’Italia con la Meloni che crede, senza tentennamenti (anche se il suo fidato consigliere Crosetto è per il no) nella riduzione della quantità degli eletti, per riallineare l’Italia in questo alle altre nazioni europee. Renzi, pur considerando «uno spot» il referendum di settembre, è anche quello del «non dico come voto, anche perché l’altra volta nel referendum costituzionale ho personificato la scelta è si è visto come è andata».

E Italia Viva darà libertà di pensiero (a proposito, diceva Karl Kraus: «La libertà di pensiero ce l’abbiamo, ora ci vorrebbe il pensiero»). Per non dire di Salvini. Ieri nei suoi giri elettorali per le Regionali, ha ribadito che non c’è il referendum in cima ai suoi pensieri. Anche perché non è il massimo per lui, convinto di fare il pienone nelle prossimo Parlamento e spaventato all’idea che se vince il sì bisognerà ridisegnare i collegi elettorali e l’Italia al voto anticipato prima del 2023 non andrà proprio, la prospettiva di vedere meno leghisti nelle Camere. E così, Salvini ha deciso che non farà campagna referendaria per il sì pur sostenendo il sì. Ma il problema più grande - come il no di Prodi dimostra, ed è un no anche contro il pilatismo di tutti - ce l’ha il Pd. Un partito che, secondo il freschissimo sondaggio Winpoll, è spaccato in due: con il 46 per cento dei suoi elettori che, infischiandosi dell’accordo con i 5 stelle, sono per il no.

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