Referendum, il "no" di Prodi che stana il Pd dall'ambiguità. Forza Italia divisa, e il sì poco convinto di Salvini

Venerdì 28 Agosto 2020 di Mario Ajello
Referendum, il

Il no referendario di Romano Prodi è un sasso gettato nello stagno, anzi nella palude, dell’ipocrisia del Pd. E che potrebbe aiutare il partito di cui è fondatore, e che non si è rivelato completamente all’altezza della vocazione riformista che il Prof gli aveva dato, ad uscire dall’incartamento in cui si è infilato. Hanno sempre votato nelle Camere per il "no" al taglio del numero dei parlamentari gli onorevoli del Pd. Salvo l’ultima volta quando - pur di fare l’accordo di governo con M5S - hanno impugnato contraddittoriamente questa bandiera anti-casta e anti-politica e aderito per convenienza e tattica a quella cultura di astio verso il Palazzo che non è mai stata la loro. Adesso il no di Prodi può aver la forza di dimostrare che il re è nudo. Ovvero mette Nicola Zingaretti e il suo partito - per lo più intimamente convinto del "no" ma non può dirlo per non far dispiacere Di Maio - davanti alla propria ambiguità.

Referendum, Prodi: ecco perché voterò “no” al taglio dei parlamentari

Quella di ripararsi dietro alla formula pilatesca della “libertà di coscienza”, se questa sarà la decisione che uscirà dalla prossima direzione del partito nei prossimi giorni, pur di non dividersi, di non aderire al no scritto nel dna dei democrat, di avere i piedi in due scarpe e di potersi dire vincitori, senza lasciare il trionfo ai soli 5 stelle nel caso probabilissimo che il sì si riveli maggioritario nelle urne del 20 e 21 settembre. Prodi è politicamente un cartesiano, ed è immune alle doppiezze tipiche della sinistra specie quella di matrice comunista. E il suo no è rivolto con parole di verità - meno parlamentari non significa più efficienza politica e l’importante non è il loro numero ma la maniera in cui vengono scelti ed eletti: la qualità e non la quantità e il punto vero - non solo alla sinistra ma all’intero sistema dei partiti. Perché le ambiguità referendarie riguardano tutti. Nessuno o pochi hanno il coraggio, ma Prodi ce l’ha, di dire il loro no e di essere lineari quanto lo sono, sul sì, i grillini e i Fratelli d’Italia. Gli altri cerchiobotteggiano.

Matteo Renzi dice «non dico come voto, anche perché l’altra volta nel referendum costituzionale ho personificato la scelta è si è visto come è andata». Forza Italia è assai divisa, e sanno tutti lì dentro - a cominciare da Silvio Berlusconi - che il taglio degli onorevoli non risolve nulla ma al volere della “ggente” non conviene opporsi e allora il Cavaliere non pronuncia il suo "no" che lo avvicinerebbe, e ormai accade si svariati punti, al suo storico avversario, cioè appunto il Professore bolognese. Per non dire di Matteo Salvini. Non dice "no", perché populisticamente il "sì" è la scelta conveniente, ma è così poco convinto del suo sì il capo leghista che ha deciso che non farà campagna referendaria e penserà solo alle elezioni regionali da qui alla fine del mese prossimo. Il no di Prodi, comunque la si pensi sul taglio degli onorevoli, è insomma un no all’Italia di Ponzio Pilato, cioè un sì alla speranza che la politica italiana diventi più seria.

Ultimo aggiornamento: 1 Settembre, 09:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA