Regionali, incubo di settembre per M5S: «Finiremo sotto il 10%»

Martedì 1 Settembre 2020 di Mario Ajello

Fuori un altro da M5S. E «questo è ancora niente», commentano i grillini che ancora mostrano di credere - ma sempre meno - all'esistenza in vita del movimento. Insomma, ieri è stato il deputato Paolo Lattanzio - «Continuerò comunque a sostenere il governo dal Gruppo Misto», assicura l'onorevole barese - ad abbandonare l'esercito in disarmo degli stellati. Il vero fuggi fuggi, l'8 settembre 43 - nel senso del rompete le righe - è previsto all'indomani del voto regionale in accoppiata con quello referendario. Quando l'incubo potrebbe materializzarsi così, come nei pensieri cupi non solo di peones ma anche di big del movimento: «Rischiamo di non arrivare al 10 per cento». L'ex invincibile armata che alle politiche del 2018 prese il 33 per cento teme di finire molto più che dimezzata.
In Veneto non si prevede di superare il 3 per cento.

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In Puglia, dove nei collegi 2018 si toccò il 45 per cento, superare il 20 per cento, come qualche sondaggio reputa possibile, sarà un miracolo ma anche un dimezzamento. E nasce proprio dal caso pugliese - «Dovevamo fare assolutamente l'alleanza in favore di Emiliano con il Pd», dice Lattanzio che laggiù fu eletto alla Camera e che altri pugliesi come lui sarebbero pronti a seguire in direzione ostinata e contraria, ossia Pd - quest'ultimo tuffo fuori dalla nave stellata piuttosto spiaggiata.
Si sfoga Max Bugani, che è stato uomo forte e socio di Casaleggio e ora lavora con la Raggi: «Il problema è che Grillo è lontano e noi rischiamo la scissione e di rimanere in pochi». E chissà se è vero che Grillo ha chiamato Conte per dirgli di dare una mano al movimento. Quel che è certo è che il premier, per dare sostegno a M5S ed evitare che il caos stellato travolga il governo, ha deciso due mosse che fanno piacere a Di Maio: non puntare al Mes, pur sapendo quanto sia necessario, e rinviare a ottobre il varo dei nuovi decreti sicurezza al posto di quelli gialloverdi firmati Salvini. Basterà la tutela di Conte per non far esplodere il pianeta 5 stelle in ebollizione?

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VITTORIA MUTILATA?
Opinionisti come Paolo Mieli lo danno già per morto. Ma corrono troppo. Perché il successo referendario M5S l'avrà il 20 e 21 settembre. Il problema è che si tratterà di una vittoria mutilata, per una serie di ragioni. La prima è che il Pd, optando per il sì sia pure mitigato da libertà di voto, non ha intenzione di lasciarla tutta ai grillini. La seconda ragione è che, stando ai sondaggi attuali, andranno solo il 30 per cento degli italiani a votare. Ed è questo che inquieta Di Maio. Il quale, dicono i compagni di partito, «la faccia sul tonfo alle regionali non la vuole mettere». E infatti si occupa solo della campagna referendaria e cerca in tutti i modi di sensibilizzare le masse, distratte, su quest'ultimo totem grillino e si affanna - lo ha fatto ieri - a chiedere aiuto al Pd non solo perché i sì risultino strabordanti ma soprattutto perché si mobilitano gli elettori dem e riempiano le cabine elettorali: «Siamo pronti a votare subito la legge elettorale», è l'offerta di Luigi a Zingaretti.
SINISTRESI E SINISTRATI
Ma dopo aver ottenuto la riduzione dei parlamentari, quali altre bandiere restano in pugno al movimento che doveva rivoluzionare l'Italia? Rimane - ecco il senso delle ultime uscite del presidente della Camera, Fico, e del ministro Bonafede - il principio della stabilità, del legarsi mani e piedi al governo Conte in attesa di momenti migliori, se mai arriveranno.

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Per ora c'è il settembre giallonero. Quello in cui Grillo è sfiduciato. Anche rispetto alla sua Liguria. Dove corre l'unico candidato rossogiallo, il perdente Sansa, e M5S dal 24,8 del 2015 è stimato all'11 per cento, e verrebbe addirittura superato da Fratelli d'Italia. E che differenza con 5 anni fa. Nel 2015, M5S conquistò Roma con la Raggi e Torino. Ora, nel migliaio di Comuni che vanno al voto, non c'è ne quasi nessuno - a parte Pomigliano d'Arco - dove ci sia un pentastellato in corsa con qualche chance.
Quella da tenere d'occhio è l'ala sinistra M5S. Lo schema zingarettiano prevede un PD partitone di sinistra, che lascia a Renzi e a Calenda il compito liberale. La fuoriuscita del pugliese Lattanzio e le conversazioni di quelli che si riconoscono in Fico, ma anche in generale in Conte, raccontano un'attrazione verso il Pd come ultima scialuppa di salvataggio per i grillini che credevano di rottamare la dicotomia novecentesca di destra e sinistra ma hanno fallito anche in questo e devono accasarsi nei vecchi edifici fin qui disprezzati.
 

 

 

Ultimo aggiornamento: 11:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA