Regionali, da Zingaretti a Berlusconi e Salvini: nel voto di settembre il destino di leader e partiti

Lunedì 31 Agosto 2020 di Mario Ajello
Regionali, da Zingaretti a Berlusconi e Salvini: nel voto di settembre il destino dei leader dei partiti

Mancano venti giorni al voto nelle regioni. E il 20 e 21 settembre cambieranno le sorti di molti leader. Di tutti. Se il Pd non strappa almeno un pareggio - il 3 a 3 contro il centrodestra che significa mantenere oltre alla Toscana e alla Campania anche la Puglia che è molto in bilico - la segreteria dem di Nicola Zingaretti potrebbe saltare. La manovra di Matteo Renzi e soprattutto dei renziani rimasti nel partito d’origine è pronta: puntare su Bonaccini per condizionare o archiviare Zingaretti. Il quale sa benissimo la sorte che potrebbe capitargli. La sua leadership, per non venire azzoppata o superata, è legata a quella di Michele Emiliano. Riuscirà il governatore uscente a battere Fitto, e fare il bis?

Referendum, il "no" di Prodi che stana il Pd dall'ambiguità. Forza Italia divisa, e il sì poco convinto di Salvini

Elezioni regionali 2020 il 20 e 21 e settembre le liste e i candidati alla presidenza

Zingaretti ha di che temere per la Liguria e per le Marche: dove stanno uscendo i primi sondaggi non esattamente incoraggianti. Il confine fra vittoria e sconfitta passerebbe appunto, nel Pd, per quell’Emiliano che è stato più spesso un problema che una risorsa per il partito. Rischia eccome Silvio Berlusconi in questa partita amministrativa. C’è chi teme tra i suoi una debacle su tutto il territorio nazionale dove si va al voto. E lui stesso è molto scettico - così racconta chi lo è andato a trovare in Sardegna e ad Arcore - sulle sorti del suo partito dal quale vorrebbe separarsi: «Bisogna fare altro - ha detto ad alcuni suoi interlocutori - e dobbiamo rinnovarci-rinnovarci-rinnovarci». Sì, ma come? Non si sa. E comunque nel Veneto, unica grande regione del Nord dove si vota, Forza Italia è quotata al 3 per cento. In Campania invece starebbe sopra il 10. Difficile, calcolando gli altri territori dove non sta in grande salute, che le due cifre possano sorridere al partito azzurro.
 

Forza Italia e i grillini

Berlusconi se lo terrà così com’è - non ha più la forza e la fantasia per una nuova rivoluzione e c’è da capirlo: è un grande personaggio che ha già abbondantemente dato - convinto che il,suo posto nella storia d’Italia se lo sia guadagnato ma chi gli vuole bene lo sta avvertendo: «Presidente, se scendiamo sotto il 10 e al prossimo giro non abbiamo gruppi parlamentari nutriti, non conteremo più nulla». Ma appunto, per farsi un’idea e tracciare programmi, Berlusconi deve aspettare il risultato del 20 e 21 settembre. Data che nei 5 stelle viene vissuta come una sorta di 8 settembre (‘43): tutti a casa? Dai territori arrivano a Crimi e a Di Maio (che guarda caso pensa solo al referendum sulla riduzione dei parlamentari, che vincerà) notizie tremende: dalla Liguria alla Toscana il movimento è morto. L’unico candidato comune partorito dall’annunciato patto tra Pd e M5S, il ligure Sansa, è destinato a venire rottamato da Toti. In Puglia dove nel 2018 i grillini hanno preso il 45 per cento dei voti, si spera almeno di arrivare al 10. Le conseguenze di tutto ciò, cioè del disarmo penta stellato, si vedranno agli Stati Generali di autunno, quando verrà fatta pagare al capo politico attuale, Crimi, la sicura disfatta ma il dopo non si sa ancora: il grande ritorno di Di Maio unico leader, un direttorio in cui Luigi fa il vero regista o addirittura l’annuncio di scioglimento e di ingresso nel Pd, da parte di un Grillo sempre più lontano dalla sua creatura, di una l’arte dei pentastellati? Ci sarà da divertirsi insomma a cominciare dalla nottata del 21 settembre.
 
 

Salvini e Meloni

E anche a destra non mancheranno le novità. Matteo Salvini è sempre più nervoso perché queste Regionali potrebbero sancire - questa l’impressione di chi sta facendo la campagna elettorale - il flop dello sfondamento leghista al Sud. Ossia della strategia nazionale che Salvini, per superare il nordismo originario, ha a suo tempo impostato e che sembrava dovesse premiarlo. Ma non più: i Fratelli d’Italia della Meloni ha no ottime probabilità di arrivare prima del Carroccio in Puglia e in Campania. Per non dire dell’ipotesi, tutt’altro peregrina, che i candidati di Giorgia - Acquaroli nelle Marche e Fitto in Puglia - possano battere la sinistra, mentre la salvinista Ceccardi in Toscana finire sconfitta contro Giani, il candidato dem e renziano. Questo scenario avrebbe alcune conseguenze rilevanti: aumento del peso della Meloni nella leadership del centrodestra a scapito di Matteo, e problemi per il segretario della Lega dentro il proprio partito. Dove c’è in Giorgetti silenzioso e se ore più distante dal leader e Zaia che avrà la sua consacrazione, da 70 per cento di voti, in Veneto e quella sarà una vittoria personale e non di partito.

Scendendo più in basso nella graduatoria dell’importanza politica, eccoci infine a Italia Viva. Il partito renziano annaspa a livello lo nazionale da quando è nato. Ma in 20 e 21 settembre verrà giudicato soprattutto in un posto: la Toscana. Se Italia Viva arriva lontano dal 10 perfino nella regione del suo leader, Renzi perderà quel poco o tanto potere di stimolo o d’interdizione che in questo ultimo anno ha esercitato sul governo, su Conte e sulla maggioranza rossogialla. E nel Pd non aspettano l’ora di vedere la scivolata toscana - ma anche in Puglia dove per Italia Viva corre Scalfarotto si prevede il super flop - di Renzi. Il quale a sua volta, se i dem dovessero uscire a pezzi dal 20-21 settembre e lui salvarsi o quasi, si godrà il brivido di una sorta di Opa ostile sul Nazareno, contando sulle quinte colonne che ha in quel partito e sulle smanie di Bonaccini che si sente leader nazionale.

Ultimo aggiornamento: 1 Settembre, 09:42 © RIPRODUZIONE RISERVATA