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Scuola, riapertura a gennaio. Allarme del Cts: «Alcune zone a rischio». Regioni in ordine sparso

Lunedì 4 Gennaio 2021 di Francesco Malfetano
Scuola, riapertura a gennaio. Allarme del Cts: «Alcune zone a rischio». Regioni in ordine sparso

Sulla scuola il governo tira dritto: «La didattica in presenza al 50% deve ripartire dal 7 gennaio». A ribadirlo è stato il premier Giuseppe Conte che, nel corso del vertice con i capidelegazione della maggioranza, il ministro per gli Affari Regionali Francesco Boccia e alcuni rappresentanti del Comitato tecnico scientifico, ha sottolineato la sua volontà di non andare incontro alle perplessità avanzate da alcune Regioni, esperti, presidi e sindacati. 
Una scelta che però rischia di far andare per conto loro i governatori. Tant’è che, dopo l’appello per un confronto affidato sabato alle parole del presidente della Conferenza delle Regioni nonché presidente dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini, sempre più presidenti di Regione stanno studiando delle alternative al programma di rientro stabilito dal ministero dell’Istruzione. 

Dal canto suo il Cts resta ancora assai cauto sulla riapertura generalizzata e soprattutto solleva dubbi sulla capacità organizzativa messa in campo dalle Regioni per riaprire le scuole (nonostante l’affiancamento dei prefetti).

Come trapela dai tecnici infatti, convocati poi dall’esecutivo in seconda battuta ieri sera per valutare le nuove misure proposte per l’intera Penisola, se da un lato la loro posizione resta coerente con le indicazioni del passato («Le scuole non sono un veicolo di contagio se si controlla ciò che gli sta intorno») dall’altro invitano alla massima prudenza: si provveda con le aperture il 7 solo «laddove le condizioni locali lo consentiranno». Si invocano, insomma, misure differenziate a seconda dello stato dei contagi. Necessità questa, che a loro dire, sarebbe dettata dall’inefficienza di alcuni territori. «Ci sono Regioni che hanno fatto i compiti e in cui i tavoli dei prefetti hanno dato buoni risultati, e altre no» tuona uno dei componenti del Cts che motiva così le resistenze di certe Regioni che ora appaiono impreparate.

Intanto, a meno di 72 ore dal ritorno in classe, continuano a far capolino altri provvedimenti locali, ipotesi e richieste di chiarimento che di fatto smontano le intenzioni della ministra dell’Istruzione Lucia Azzolina per una riapertura totale giovedì (seppur solo al 50% e pure con due turni di ingresso, uno alle 8 e uno alle 10, e lezioni di 45 minuti). 

Dopo la Campania di Vincenzo De Luca che ha già definito un calendario alternativo per il rientro (si concluderebbe il 25 gennaio); dopo le perplessità del veneto Luca Zaia che aspetterà gli ultimi dati del monitoraggio prima di prendere qualsiasi decisione e dopo l’ordinanza del pugliese Michele Emiliano che lascerà decidere ai genitori se servirsi o meno della didattica in presenza, ora anche il Lazio va per la sua strada. Tra i vertici della Regione sta infatti prendendo corpo l’ipotesi rimandare la riapertura. Una mini-proroga dello stop alle lezioni in presenza in pratica, che porterebbe a riempire le aule delle provincie di Roma, Frosinone, Latina, Rieti e Viterbo solo dopo l’11 gennaio. 

Ma ad annunciare perplessità ieri sono stati anche i 7 governatori leghisti a capo di Friuli, Lombardia, Trentino, Sardegna, Calabria, Umbria e Veneto che si sono detti «preoccupati per il silenzio da parte del governo sulle criticità sul tema della riapertura delle scuole». 

Criticità constatate anche dal presidente dell’Associazione Nazionale Presidi, Antonello Giannelli: «Ci si deve basare sulle evidenze scientifiche rappresentate dal Cts e quindi sì alla riapertura in presenza ma solo se non ci sono rischi per l’incolumità di studenti e personale» ha convenuto ieri il rappresentate dei dirigenti scolastici. «La frequenza deve essere ripristinata ma senza turnazioni dannose per l’organizzazione di vita e di studio dei ragazzi - ha aggiunto bocciando ancora le scelte del governo - limitando al massimo l’ampiezza degli scaglionamenti». 

Non solo, Giannelli ha attaccato anche l’aumento della didattica in presenza già alla fine del mese di gennaio ipotizzato dall’esecutivo: «Un’ulteriore richiesta di buonsenso è che il passaggio delle presenze dal 50% al 75% sia graduale e demandato alle decisioni delle scuole. Costringerle a continue riorganizzazioni orarie è deleterio per la didattica». In trincea anche i sindacati. La segretaria Snals Elvira Serafini: «Stiamo prendendo atto dell’aumento dei contagi. Il 18 potremmo avere un’idea dell’andamento epidemiologico e decidere a ragion veduta» ha dichiarato.
 

Ultimo aggiornamento: 13:02 © RIPRODUZIONE RISERVATA