Giustizia, riforma al via: ci saranno due Csm. Mediazione con il Colle

Un compromesso che mantiene i capisaldi iniziali della riforma

Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, al Festival dell'economia di Trento, 24 maggio 2024. ANSA / PAOLO PEDROTTI
Il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, al Festival dell'economia di Trento, 24 maggio 2024. ANSA / PAOLO PEDROTTI
di Francesco Bechis
Mercoledì 29 Maggio 2024, 05:55 - Ultimo agg. 08:46
4 Minuti di Lettura

Muoverà oggi in Consiglio dei ministri i primi passi la riforma della separazione delle carriere di giudici e pm. Sono passi felpati, perché la rivoluzione della giustizia italiana bramata da una parte della maggioranza, in testa Forza Italia, è entrata solo a metà nel testo pronto ad atterrare sul tavolo di Palazzo Chigi. Un compromesso che mantiene i capisaldi iniziali della riforma. Come la previsione di due Consigli superiori della magistratura distinti, uno per gli inquirenti, l’altro per i magistrati giudicanti.

Si è deciso all’ultimo ieri, in un vortice di caminetti e riunioni tecniche, di optare per questa soluzione netta - creare due organi di autogoverno della magistratura autonomi - per mantenere almeno un pezzo del dna iniziale del vaste programme giudiziario. Resta anche l’Alta Corte, il tribunale terzo per i ricorsi contro i provvedimenti disciplinari dei due Csm, composto da togati appartenenti a tutte le magistrature, in parte scelti dal Parlamento in seduta comune, in parte dal Quirinale. E ancora il sorteggio secco per i togati, schiaffo alle correnti. Tuttavia sono rinviati a data da destinarsi tanti interventi che dovevano fare del Ddl costituzionale un colpo di spugna agli attuali assetti della giustizia. Come la riforma del concorso per ottenere la toga, che rimarrà unico per aspiranti pm e giudici, salvo un futuro intervento del centrodestra.

L’INCONTRO

Ieri il Guardasigilli Carlo Nordio e il sottosegretario a Palazzo Chigi Alfredo Mantovano hanno attraversato il cortile del Quirinale per un doppio confronto sul progetto di revisione della Carta. Prima con Ugo Zampetti, segretario generale, poi con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Un passaggio voluto fortemente dalla premier Giorgia Meloni che, oltre il protocollo dovuto, lancia un segnale distensivo al Colle come al mondo delle toghe quasi tutte in rivolta contro una riforma giudicata, al netto dei ritocchi, un attentato alla loro autonomia. Riunione dai toni cordiali in cui il Capo dello Stato ha dovuto prendere atto dei piani del governo, deciso ad accendere un primo semaforo verde sulla bozza già nel Cdm di questo pomeriggio. Siamo ben lontani, è chiaro, da un via libera politico del Colle che del resto sarebbe fuori da ogni logica istituzionale. Ci sarà tempo per i rilievi durante il lungo iter tra Camera e Senato e chissà come ne uscirà il testo, se sarà rivisto anche alla luce di una moral suasion quirinalizia che in questi mesi, dietro le quinte, non è mai venuta meno. Facile immaginare ritocchi di peso, come è successo già alla “madre di tutte le riforme”, il premierato caro alla premier entrato in un modo in Cdm e riscritto in Parlamento. Il dato politico non cambia. Dopo i tentennamenti iniziali di Meloni - il dubbio di rinviare oltre il voto europeo l’approvazione della riforma per non ridurla a bandierina elettorale del partito fondato da Berlusconi, che a lungo ha sognato questo giorno - ecco una prima bollinatura del governo. Il testo è stato limato ancora ieri tra via Arenula e Palazzo Chigi, segno anche questo della cautela della maggioranza. Bastano i pochi articoli partoriti nel ddl Nordio-Meloni - firma anche la premier per mettere il sigillo politico sulla riforma e sottrarla al ruba-bandiera degli alleati - per far stappare champagne al leader di Forza Italia Antonio Tajani. «Siamo finalmente in dirittura di arrivo - sorrideva ieri il ministro degli Esteri - ogni imputato avrà la possibilità di avere l’accusa e la difesa sullo stesso piano». Segue dedica «al nostro leader Silvio Berlusconi», a riprova del sussulto identitario del partito azzurro a due settimane dal voto Ue.

I DUBBI

Certo l’entusiasmo non è unanime, in maggioranza, e c’è perfino chi parla di una «riformina», che rinvia alle calende greche i nodi più spinosi. Prendi il concorso, l’accesso alla professione. Non è un dettaglio, accusa l’ala garantista e liberale dentro Forza Italia ma non solo. Come si fa a dividere vite e carriere di giudici e pm se il concorso resta uno solo? Si può mettere seduto allo stesso banco, chino sugli stessi libri, chi sogna di dirigere le inchieste e chi invece di scrivere sentenze?

Ci penserà una legge a dirimere la questione, così ha deciso Meloni in una riunione di inizio mese con i responsabili della giustizia a Palazzo Chigi. Durante quel vertice, che ha messo in moto la riforma costituzionale, è arrivato anche un sonoro stop a qualsiasi progetto di revisione dell’obbligo di esercitare l’azione penale per i pm, oggi incastonato in Costituzione. Niente da fare, con buona pace dei forzisti che avrebbero voluto scrivere nero su bianco nella Carta che l’azione penale è discrezionale. Non è tempo di rivoluzioni.

© RIPRODUZIONE RISERVATA