Il Salone del libro di Torino finisce in Procura, spunta l'apologia di fascismo

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di Mario Ajello

C'è chi spera che i «fascisti» della casa editrice Altaforte, pur restando al Salone del Libro, si facciano piccoli piccoli, ancora più piccoli di quello che sono e si rintanino volontariamente in un angolo remoto del Lingotto, quasi fosse un ghetto per impresentabili, così da non rovinare la festa del politicamente corretto. Ma loro, gli arditi, non ne vogliono sapere: «Arretrare, mai!». O addirittura dileguarsi? Macché, neanche la spallata arrivata dal museo di Auschwitz sta risolvendo il problemone torinese, cioè quello della presenza dei marziani di CasaPound, che non vogliono schiodare nonostante i fulmini dell'anti-fascismo militante. Alla vigilia dell'apertura del Salone, domani, lo stand di Altaforte non toglie le tende anche se la pressione, perfino internazionale, per sloggiarli cresce.

COMIZI
Halina Birenbaum, che sulla pelle ha tatuato l'orrore del campo di sterminio di Auschwitz, indelebile come l'infanzia nel Ghetto di Varsavia, doveva presentare il suo libro La forza di vivere e invece insieme a Piotr M. A. Cywiski, direttore del museo di Auschwitz-Birkenau, ha firmato una lettera indirizzata al Comune di Torino, dicendo: «Se ci sono i fascisti, non ci saremo noi». Infatti non ci saranno loro, o meglio: il libro della Birenbaum (classe 1929) sarà presentato a Torino ma lontano dal Lingotto. Mentre da quelle parti, domani, in contemporanea come l'inizio della kermesse, il capo di CasaPound, Di Stafano, terrà un comizio. Si prevedono scontri, che potrebbero avvenire - il web antifa pullula di «compagni alla lotta!» - davanti al Lingotto. Anche se il direttore della fiera, Nicola Lagioia, ribadisce: «Questa esperienza deve unirci, non dividerci» ma «non bisogna raccogliere la provocazione di chi vuole solo visibilità», ossia l'editore di Altaforte con le sue sparate mussoliniane.

Se la spallata internazionale sembra fallita, chissà se riuscirà invece il grande classico all'italiana. Ossia quello di risolvere ogni problema chiamando i magistrati? Dalla Regione Piemonte al Comune di Torino, sono partiti esposti alla procura perché accusi di apologia del fascismo l'editore super-nero Polacchi che ha detto che «l'antifascismo è uno dei mali italiani». Scelba (ei fu) e Mancino, con le loro norme, potrebbero togliere le castagne dal fuoco di chi non vuole CasaPound. E se i tempi della magistratura non fossero proverbialmente lentissimi ci si potrebbe aspettare la sorpresa: all'ultimo momento Altaforte viene cacciata ope legis?

È tutto un brivido questo Salone del libro. In cui, e siamo al classico autolesionismo della sinistra, sta spopolando su Amazon il volume su Salvini pubblicato da Polacchi e firmato dalla giornalista Chiara Giannini: «Non è un libro fascista», assicura lei che per paura di contestazioni non dice quando sarà alla fiera e comunque «non vorrei essere accompagnata dalla scorta della Digos». Ordinano tutti la sua monografia sul Capitano e su Amazon recensioni super-record: 296 contro le appena 40 ottenute dal nuovo successo di Andrea Camilleri («Chilometro 123»). E se Salvini - «Perché ha scelto proprio Altaforte?», si chiede l'editore Giuseppe Laterza - non sarà personalmente alla fiera, gongola politicamente per tutto ciò che sta accedendo e dice: «Io non sono fascista ma anti-fascista, anti-comunista e anti-razzista. Ma il confronto tra le idee è sempre utile». E così, l'effetto boomerang dell'intolleranza e dell'Aventino (anche quello del 24 portò male ma si trattò di una tragedia e questa sembra essere invece una bufera più che altro mediatica), viene colto al volo dal furbo Salvini e lo aiuta a rendersi fintamente ecumenico. Mentre i suoi avversari sono schiacciati nel reparto ideologia. E Di Maio? Insiste nel format neo-resistenziale inaugurato a sorpresa per il 25 aprile: «Giusta la denuncia di Chiamparino e Appendino all'editore vicino a CasaPound per apologia di fascismo».

IL DNA
E ancora. Si smarca da Zerocalcare, da Settis, da Ginzburg e dagli altri neo-partigiani il presidente dell'Associazione Italiana Editori («Chi opera nel mondo dei libri - dice Ricardo Franco Levi - ha nel proprio Dna la difesa della libertà di pensiero e di espressione») e cerchiobotteggia il ministro dei Beni culturali, Bonisoli: «Questo è un luogo di democrazia». Intanto è in arrivo Roberto Saviano (mi si nota di più se ci sono o se manco?) e vuole svettare come il grande eroe della Liberazione da un minuscolo editore di super-destra a cui gli avversari hanno regalato un rango spropositato. E così il Salone del libro ormai viene soprannominato, da chi ha ancora voglia di sorridere, il Salò del libro.
 
Mercoledì 8 Maggio 2019, 09:16 - Ultimo aggiornamento: 08-05-2019 14:38
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