Apple, Tim Cook a Firenze davanti a mille studenti: «Difendiamoci dalle fake news, alimentano odio e divisione»

di Andrea Andrei

dal nostro inviato

FIRENZE - Proprio come una rockstar. L'ingresso di Tim Cook nel Teatro Odeon in piazza Strozzi a Firenze è scandito dalle note di "Chandelier" di Sia e dagli applausi scroscianti e le grida di un migliaio di studenti che lo attendevano.

L'ad di Apple è in Italia in occasione dei festeggiamenti per i diciott’anni dell’Osservatorio Permanente Giovani-Editori e del progetto “Il quotidiano in classe”, che si propone di insegnare ai giovani a sviluppare uno spirito critico tramite l’informazione di qualità così da aiutarli a “difendersi” dal dilagante fenomeno delle fake news, che lo stesso Cook ha definito «molto grave: è utilizzato per alimentare l'odio e contrapporre un gruppo a un altro».
 
 

Cook ha così seguito l’esempio di altre personalità come il presidente di Google Eric Schmidt, il ceo di 21st Century Fox James Murdoch e il fondatore di WhatsApp Jan Koum, che negli scorsi anni hanno accettato l’invito del presidente dell’Osservatorio Andrea Ceccherini a salire sul palco per confrontarsi con una platea di mille studenti provenienti da tutta Italia.

«L’educazione è ciò che plasma le persone - ha detto Cook alla giornalista Maria Latella - e l'istruzione è ciò che rende tutti uguali. Oggi i ragazzi devono affrontare una complessità che ai miei tempi non esisteva. Io sono nato in una famiglia con pochi mezzi, di bassa estrazione. Ho visto mio padre che ogni giorno andava a lavorare per mantenere la famiglia, ma non gli piaceva il suo lavoro. Per cui il mio obiettivo a 16 anni era semplice: amare il mio lavoro. E poi volevo conseguire degli obiettivi».

Ma essere adolescenti spesso vuol dire sentirsi soli, e Cook lo sa bene: «Bisogna avere fede nel fatto che ci sono altre persone come noi. Io volevo essere un musicista, ci ho provato, ma non ero in grado. Ma sono convinto che poi qualcosa succeda sempre». E nelle sue parole sono in tanti a leggerci un riferimento, anche se non esplicito, anche alla sua omosessualità, negli ultimi anni orgogliosamente dichiarata.

Cook comunque guarda al futuro, e a tal proposito, parlando delle tecnologie di domani, non ha dubbi: «La vera frontiera è la realtà aumentata. Cambierà il mondo. Permette di fondere il mondo fisico con quello virtuale e quindi non isola, ma amplifica la discussione, dal giornalismo alla sanità. Bisogna solo attendere. Nel 2008 lanciammo l’App Store: allora tutti dicevano che nessuno avrebbe usato le app. Oggi potreste immaginare la vostra vita senza app?».

Ma c'è spazio anche per parlare di terrorismo, e i riferimenti di Cook sono diretti al presidente Usa Donald Trump: «Quello di Las Vegas è terrorismo a tutti gli effetti. Gli Usa hanno vissuto talmente tante tragedie simili che abbiamo il cuore spezzato ogni volta. Ma non basta esprimere tristezza per le vittime: bisogna fare un passo indietro per chiedersi perché accadono queste cose, con onestà intellettuale. Oggi negli Usa purtroppo qualsiasi cosa viene politicizzata. Secondo me però per fortuna ci sono persone ragionevoli che possono unirsi per cambiare la situazione: sono ottimista». Le staffilate al governo non finiscono qui, perché quando una studentessa gli chiede cosa ne pensi della questione dei "dreamers", gli immigrati negli Usa la cui permanenza in America viene ostacolata dalle politiche di Trump: «L'America è stata fondata dagli immigrati. In Apple abbiamo oltre 500 dreamers. Sono americani come noi e vogliamo che abbiano il permesso di restare negli Stati Uniti».

Le domande da parte degli studenti fioccano, e Cook non si tira indietro. Nemmeno quando una ragazza gli chiede senza mezzi termini perché in Italia i prodotti Apple costino di più che in altri Paesi. «È un problema fiscale. Fosse per me applicheremmo gli stessi prezzi ovunque, ma dipende dalle tasse che vengono applicate a livello locale». E a proposito di fisco, il discorso cade proprio sulla questione delle tasse: «Paghiamo più tasse di chiunque altro al mondo, sia negli Usa che in Irlanda - ha sottolineato Cook - Ed è giusto così. Oggi si discute se Apple paghi le imposte a tutti i Paesi in modo equo: quindi il problema è a chi versiamo le imposte, non la quantità. Seguiamo la legge: paghiamo dove viene creato il valore, e per noi il valore è ricerca e sviluppo. E quello lo facciamo in California. Poi la questione è: si tratta del sistema fiscale migliore? Io non credo, penso che anzi negli Usa come in altri Paesi vada riveduto completamente. Perciò noi vogliamo partecipare alla discussione, ma non siamo d’accordo con chi vuole cambiare le leggi in modo retroattivo. Per noi è giusto trovare una soluzione equa per il futuro».

Come a dire: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scordiamoci il passato. Eppure il passato, specie quello della sua azienda, Cook non può scordarlo. Perché anche qui, come sempre accade quando si parla di Apple, aleggiava il ricordo del fondatore Steve Jobs: «Lavorare con lui è stato un privilegio - racconta emozionato Cook - Quando mi chiese di guidare l'azienda, solo sei settimane prima di morire, mi disse: "Non pensare mai a quello che farei io, fai solo quello che pensi sia giusto". Mi ha tolto un enorme peso dalle spalle. E credo di aver seguito il suo consiglio».

andrea.andrei@ilmessaggero.it
Twitter: @andreaandrei_
 
Venerdì 13 Ottobre 2017, 18:27 - Ultimo aggiornamento: 15-10-2017 10:21
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