Covid, il talento dei cani che fiutano i positivi: più affidabili dei tamponi

Lunedì 23 Novembre 2020 di Francesca Pierantozzi

Guess, un vivace malinois che di solito lavora coi vigili del fuoco, sniffa di seguito i cinque coni che gli hanno messo davanti, torna indietro al terzo, e si siede: non ha dubbi, ha «sentito» del Sars-CoV-2. Come gli altri cani della squadra del progetto francese Nosais-Covid-19, Guess «sniffa» Covid, caccia e trova i positivi. Il suo lavoro sarebbe sniffare esplosivi, ma c’è voluto poco ad aggiungere un altro odore a quelli che il suo naso deve saper identificare: l’odore del sudore ascellare di chi è positivo al Covid. Il progetto Nosaïs è stato avviato la scorsa primavera, in piena prima ondata, dal professore Dominique Grandjean, docente e ricercatore alla Scuola nazionale di veterinaria di Alfort, nella banlieue a sud-est di Parigi. L’iniziativa – cani da Covid - si presta facilmente a ironie e scetticismi, eppure funziona ed è stata oggetto di una pubblicazione scientifica: i risultati indicano un’affidabilità del 95 per cento, superiore ai tamponi molecolari. «Abbiamo dieci cani operativi sul territorio nazionale» ha dichiarato un paio di giorni fa il professor Grandjean che lamenta però un’eccessiva indifferenza da parte delle autorità sanitarie francesi. «Abbiamo qualcosa che funziona, che costa molto meno caro di tutte le altre armi contro l’epidemia, ma non vogliamo provarci».

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EMIRATI ARABI PRIMI

All’estero, in compenso, l’uso di cani anti-Covid, comincia a diffondersi. Gli Emirati Arabi sono stati tra i primi e i più entusiasti: squadre cinefile anti-virus sono ormai al lavoro (in via sperimentale) in tre aeroporti del paese. I passeggeri sono invitati a umidificarsi il collo con una salviettina e a farsi «sentire» dai cani. Gli «sniffati» positivi si sottomettono poi al tampone. Il tasso di affidabilità è vicino al 99 per cento. E non solo: il tampone negativo di un passeggero che secondo il cane era positivo, si era poi positivizzato qualche giorno dopo, confermando che il fiuto sente il virus anche negli asintomatici, spesso non identificati dai test. All’aeroporto internazionale di Helsinki-Vantaa, sono già quattro i cani anti-Covid che si stanno esercitando sul campo. Unità in addestramento anche in Germania (a Hannover), Belgio, Libano, Argentina e Cile. In Italia ci si lavora all’Onlus MDDI (Medical Detection Dogs Italy), dove il direttore tecnico Aldo La Spina parla di tempi «anche molto brevi» per arrivare ad avere un’unità di cani addestrati: «Ad Hannover – ha detto la Spina – hanno addestrato cani in 5-6 settimane e non è detto che anche noi non possiamo avere i cani pronti nel giro di un mese».

COSA FIUTANO

I ricercatori della Scuola di Veterinaria francese precisano che i cani in realtà non fiutano il virus in sé, ma «alcune sostanze secrete dall’organismo quando è stato infettato da Sars-CoV-2, indipendentemente dal fatto se presenti o meno i sintomi della malattia». La competenza medica del naso canino ha dimostrato la sua efficacia già con i tumori: tre anni fa l’Istituto Curie di Parigi aveva «diplomato» i primi cani in grado di «sentire» il tumore al seno, con un’affidabilità del 100 per cento. «I cani non servono a sostituire i test PCR, sono in compenso uno strumento di screening in più» ha precisato Aymeric Bernard, che coordina una seconda squadra di cani anti-Covid ad Ajaccio. Inti, Nash e Onda sono già pronti a entrare in azione. «L’addestramento è breve e poco caro» insiste Bernard: i cani, secondo lui potrebbero essere usati non solo in zone di confine, come stazioni e aeroporti, ma anche in scuole o case di riposo, dove potrebbero essere più facilmente accettati dei tamponi naso-faringei, ben più fastidiosi della simpatica sniffatina di un cane. 

Ultimo aggiornamento: 24 Novembre, 12:41 © RIPRODUZIONE RISERVATA