Carceri, la riforma dispersa:
boom di suicidi nelle celle lager

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di Francesco Lo Dico

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Il numero 47 si è tolto la vita in una cella di Santa Maria Capua Vetere il mese scorso. Ma Gaetano Della Monica, che numero non si sentiva, ha infilato la testa in una busta e l'ha annodata al tubo del gas del fornellino. Da uomo libero si era guadagnato il nomignolo di re dei falsi matrimoni, ma in carcere ha sposato la morte. Proprio come altri 46 prima di lui da gennaio a oggi stipati in cella, uno sull'altro, come topi su una nave che affonda. Sullo sfondo, attesa da anni, c'è la riforma dell'ordinamento penitenziario approvata dal Parlamento il 23 giugno scorso che affida al governo un'ampia delega. Il ministro Orlando l'ha fortemente voluta e di questo gli va dato atto, ma dopo cinque mesi le bozze dei decreti attuativi non sono ancora sul tavolo del Consiglio dei ministri. Su pressione delle radicali Bernardini e Cianfanelli, in sciopero della fame negli ultimi trenta giorni insieme a 10mila detenuti, si era parlato di fine estate, ma niente. Le ultime bozze dei decreti attuativi sono state trasmesse al Garante dei detenuti proprio l'altro ieri, nelle stesse ore in cui le prime sono state spedite dal Guardasigilli a Palazzo Chigi.

Orlando assicura che la partita sarà chiusa entro il 31 dicembre. Ma una volta approvati dal Consiglio dei ministri, i decreti dovranno passare in uno snervante ping pong alle commissioni giustizia del Senato e della Camera, che a loro volta dovranno esprimere un parere sui provvedimenti, che di nuovo, come in un gioco dell'oca, dovranno tornare tra le mani del governo per l'eventuale approvazione definitiva. E i tempi, visto che si è a fine legislatura, sono davvero risicati.

La barca è ancora in alto mare, insomma, e rischia di finire inghiottita dai marosi di fine legislatura. Un flop epocale. Nata dal lavoro di una commissione di esperti che toccano con mano ogni giorno il dramma carcerario, e presieduta dal penalista Giostra, la riforma va dopo 40 anni di buio (l'ultimo riordino è del '75) nella direzione giusta. Semplifica il ricorso alle misure alternative, elimina automatismi e preclusioni che impediscono a molti l'accesso ai benefici penitenziari, incentiva la giustizia riparativa, e incrementa il lavoro fuori e all'interno dei penitenziari. Prevede modifiche per migliorare l'assistenza sanitaria spesso deficitaria, specie in campo psichiatrico, e nuove misure di sicurezza. Importanti misure sono previste anche per agevolare l'integrazione dei detenuti stranieri, delle donne (le madri in particolare), e politiche, in equilibrio tra una sorveglianza più stretta e maggiore libertà di culto, destinare a tenere sotto controllo il proselitismo e la radicalizzazione dei reclusi di fede islamica. La riforma valorizza poi il volontariato e riconosce il diritto all'affettività. In sintesi restituisce ai detenuti quei diritti negati, che la Costituzione assegna ai detenuti, e spesso hanno reso pura utopia la funzione rieducativa della pena.

Per le nostre carceri sovraffollate, sulle quali di recente è calata anche la scure dell'Onu, un'occasione da non fallire: mentre la politica celebra le sue opprimenti liturgie, nelle cappelle delle carceri continuano a suonare le campane a morto. Dal 1990 a oggi più di 1400 suicidi, di cui 47 solo quest'anno. Più altri ventimila sventati, di cui 1006 solo nel 2016: i numeri dicono che dietro le sbarre si sfiorano i dieci harakiri ogni diecimila detenuti. I comuni cittadini che in Italia si tolgono la vita sono uno ogni 5mila: in carcere la frequenza risulta circa 20 volte superiore. E ci sono poi i casi di autolesionismo: 8.540 casi nel 2016 e 1.262 soltanto nei primi due mesi del 2017.
Tutta colpa della disperazione? Non proprio.

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Domenica 19 Novembre 2017, 12:45 - Ultimo aggiornamento: 19-11-2017 17:03
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