Casamonica, parla il pentito: «Negli affari le stesse regole della 'ndrangheta»

Martedì 14 Gennaio 2020
Casamonica, parla il pentito: «Negli affari le stesse regole della 'ndrangheta»

Un rientro a casa in stile "Gomorra" per i Casamonica scarcerati: lo ha raccontato il collaboratore di giustizia Massimiliano Fazzari nel maxiprocesso al clan che vede 44 imputati con accuse che vanno dall'associazione mafiosa dedita al traffico e allo spaccio di droga, all'estorsione, l'usura e detenzione illegale di armi. 

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«Per il rientro nel vicolo di Simone Casamonica dopo la scarcerazione ci fu un'accoglienza stile Gomorra tra applausi e clacson suonati. Come il rientro di un boss dalla galera», ha spiegato. «Io ero sul balcone e i clacson si sentivano ancora prima che imboccassero il vicolo quando erano ancora sulla Tuscolana - ha raccontato il pentito - Ad eccezione di chi era in carcere quel giorno c'erano tutti quelli che abitavano nel vicolo. È stato accolto come un eroe». 
 

«I Casamonica si definivano mafiosi, parlando in strada a Porta Furba dicevano "abbiamo le regole come i calabresi, siamo come gli 'ndranghetisti che hanno regole"», ha detto ancora Fazzari. Il pentito ha ricostruito le dinamiche a sua conoscenza con cui era gestita la rete di usura dalla famiglia Casamonica e da Massimiliano Casamonica in particolare. Lui stesso aveva avuto bisogno di un prestito di 5 mila e in quella circostanza Massimiliano gli disse: «L'amicizia è l'amicizia e i soldi sono i soldi. Se non rispetti i patti poi si rovina pure l'amicizia. Per un rapporto di amicizia, invece del 20 per cento al mese, mi accordo il 10 per cento, quindi 500 euro al mese di interessi». Secondo il pentito ,«Massimiliano Casamonica prestava i soldi che aveva però Liliana».

Era infatti Stefania Casamonica, detta Liliana, a gestire il denaro per l'usura, che stando all'interrogatorio ammontava a un milione di euro nascosti a Porta Furba.  «A Roma nessuno si mette contro i Casamonica. C'è forse qualche gruppo che potrebbe fronteggiarli ma piuttosto che andare in perdita non lo fanno o ci si mettono d'accordo. Sono tanti, tu ti presenti con sei persone e magari loro con 20». Questo uno dei passaggi dell'interrogatorio svolto dal pm, Giovanni Musarò, in una località protetta. In particolare, il pentito stava facendo riferimento alla forza sul territorio della famiglia, fatto che lo aveva spinto, in un'occasione di contrasto, a pensare di rivolgersi ai suoi contatti in Calabria per risolvere la questione.

«Quando abbiamo iniziato a non pagare gli interessi» per un prestito ricevuto da Massimiliano Casamonica «sono iniziate le minacce telefoniche e un'insistenza telefonica pesante per avere indietro questi soldi. Minacce arrivate da Massimiliano Casamonica. C'era il timore che potesse accadere qualcosa e ci siamo allontanati da Roma. Ho anche pensato di scendere in Calabria per risolvere il problema in maniera diversa, ovvero far intervenire i miei cugini o qualche amico appartenente all'ndrangheta. In passato avevo incontrato con mio cugino il fratello di "tiradritto" dei Morabito, ad Africo, ed avrei potuto rivolgermi anche a loro».

Secondo il pentito, le somiglianze con le organizzazioni mafiose sarebbero molteplici: «Abbiamo regole come le vostre, mi ha detto Liliana. Si definivano mafiosi e si atteggiavano da malavitosi. Quando venne scarcerato Consilio Casamonica detto Simone arrivò nel vicolo di Porta Furba con una macchina suonando il clacson e sgommando in stile Gomorra. Ad aspettarlo c'era tutta la famiglia che lo festeggiò come un eroe». Tanti gli intrecci con le altre organizzazioni criminali per la famiglia Casamonica: «Vittorio lo chiamavano "il re". Mi hanno riferito che si sono fatti strada recuperando i soldi per la banda della Magliana, facendo recupero crediti». Simone e Luciano Casamonica parlavano di «quartier generale riferendosi alla Romanina». Inoltre «ci sono stati episodi in cui mi è stato raccontato di rapporti con i Nirta, la cosca di San Luca».

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