Omicidio Macchi, gli errori del pm fra omissioni, anomalie e reperti persi

Il pm Agostino Abate e Lidia Macchi
di Silvia Barocci

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Un fascicolo rimasto aperto per 26 lunghissimi anni, senza che il magistrato titolare dell’indagine abbia mai chiesto formalmente la prosecuzione o l’archiviazione degli atti. Di più: senza vigilare su importanti reperti biologici, ora distrutti e in parte inspiegabilmente spariti, raccolti sul luogo dell’efferato delitto di Lidia Macchi. «Le anomalie, sia procedurali che investigative», riconducibili al pm di Varese Agostino Abate nell’inchiesta sulla morte della studentessa violentata e pugnalata 29 volte la sera del 5 gennaio 1987, «sarebbero state tali da compromettere gravemente la ricerca dei colpevoli». E’ leggendo le dieci pagine di motivazione dell’inedita ordinanza con cui la sezione disciplinare del Csm, lo scorso novembre, ha deciso di trasferire Abate in via cautelare a Como, imponendogli di fare il giudice civile e non più il pm, che si comprende come non debba essere affatto semplice per il sostituto pg di Milano Carmen Manfredda trovare quella traccia di Dna in grado di inchiodare Stefano Binda. A carico del sospetto killer, ex compagno di liceo di Lidia, arrestato la scorsa settimana a quasi 30 anni dal delitto, al momento ci sono solo perizie grafologiche su una lettera anonima spedita ai genitori della ragazza.

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Domenica 24 Gennaio 2016, 10:11 - Ultimo aggiornamento: 26 Gennaio, 14:37
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