CORONAVIRUS

Coronavirus, studio smonta l'indice RT: «Impreciso e arriva troppo tardi»

Martedì 26 Maggio 2020 di Lucilla Vazza
Coronavirus, studio smonta l'indice RT: «Impreciso e arriva troppo tardi»

Nel macchinoso avvio della fase 2 c'è il fattore Rt, ad arricchire il già complicato glossario della pandemia. Si tratta dell'indice che ha fatto accantonare quell'R0 con cui ci eravamo abituati a convivere nella fase 1. Ma il punto è che questo indice, oltre a essere difficile da spiegare per chi non mastica di epidemiologia, sarebbe anche poco affidabile per dare il quadro della situazione delle varie regioni e non perché il parametro sia sballato in sé, ma perché la misurazione italiana poggia sulle sabbie mobili di dati frammentari e incompleti. 

«Per calcolare l'avanzamento di un'epidemia, di fatto gli elementi sono due, uno che è realmente utile, soprattutto quando c'è un nuovo virus ed è la stima dell'R0, che dice quanto sia capace di diffondersi all'avvio dell'epidemia, poi con lo stesso metodo si può calcolare l'Rt che però dipende da una serie di altre variabili. Nella situazione italiana però ci sono aggravi dovuti all'incompletezza dei dati regionali che di fatto permettono di utilizzare soltanto il 30% dei casi per calcolare questo indice con un ampio margine di incertezza, oltre al fatto che servono circa 15 giorni per processare le informazioni. Un dato comunicato il 22 maggio si riferisce in realtà al 3, ossia quando eravamo ancora in lockdown» chiarisce Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe che ieri dal suo centro studi indipendente ha lanciato l'alert sulla scarsa affidabilità di questo parametro per misurare il livello di rischio nella fase 2.

Per fare chiarezza Rt ed R0 segnalano sempre il numero medio di persone che possono essere contagiate da un individuo infetto, ma lo fanno da angolazioni diverse. L'R0 è una misura statica della potenziale contagiosità del virus all'inizio dell'epidemia, che presuppone che tutta la popolazione sia suscettibile data l'assenza di immunità.
 


Al contrario, l'Rt è una misura dinamica, che nel corso dell'epidemia si riduce proporzionalmente alla diminuzione dei soggetti suscettibili (aumento di quelli immuni e dei casi chiusi, ovvero guariti e deceduti) e delle misure di lockdown.  

«Già la letteratura ci dice che è un dato poco affidabile perché misura il valore medio della trasmissibilità, ma non differenzia la situazione del focolaio rispetto al quadro generale - specifica Cartabellotta - Letto da solo, non ha significato. Comunicare questo dato in queste modalità, soprattutto dando enfasi è sbagliato, ma il presidente dell'Iss Brusaferro ha fatto il pompiere e spento le polemiche spiegando che il dato non fa una classifica. Il dato serve perché ci dice che l'epidemia di fatto è controllata nella maggior parte delle regioni ma va letto con altri dati che sono anche più affidabili. L'Rt è tampone-dipendente: se non si fanno tamponi si abbassa l'indice e paradossalmente più se ne fanno e più si alza il valore, com'è successo questa settimana alla Valle d'Aosta».

È il paradosso dell'algoritmo, viene segnalata la regione più brava a individuare i nuovi positivi e premiata quella che non va a cercare i casi. «Ecco perché serve un altro parametro che è la capacità di testing, definito da un numero di tamponi per 100mila abitanti che sia standardizzato in relazione alla prevalenza della malattia. Oggi a parità di prevalenza tra due regioni cambia il numero dei tamponi e questo falsa tutto» conclude Cartabellotta.

Ultimo aggiornamento: 09:30 © RIPRODUZIONE RISERVATA