CORONAVIRUS

Coronavirus focolai, Ricciardi: «Attenti agli ingressi dall'Europa, anche lì ci sono situazioni a rischio»

Lunedì 13 Luglio 2020 di Graziella Melina

Anche di fronte alla pandemia da Sars cov 2 i Paesi europei continuano a temporeggiare, in attesa di una linea comune. «L'Europa è ancora troppo lenta nel rispondere alle minacce imminenti - spiega Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza e ordinario di Igiene generale e applicata all'Università Cattolica di Roma -. Ma noi dobbiamo reagire al momento, non possiamo pregiudicare la situazione di un Paese che ha fatto tanto ed è stato colpito per primo».

L'Italia, quindi, se la deve cavare per conto proprio?
«Le iniziative che ha preso l'Italia sono state decise dopo che il nostro Paese ha chiesto esplicitamente all'Europa di intervenire. Purtroppo, però, l'Europa è piuttosto lenta. Quindi, è stata presa la decisione di circoscrivere il rischio a livello nazionale, anche se è stato chiesto da diversi giorni all'Europa di farlo in maniera coordinata».

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Manca un organismo che prenda in mano la questione?
«Di fatto la salute è una responsabilità degli Stati membri, e quindi la Commissione europea non ha strumenti adeguati. Però se i Paesi si mettessero d'accordo nel delegare alla Commissione più poteri in questo senso, sarebbe meglio».

Cosa si dovrebbe fare?
«Servirebbe un accordo tra Paesi membri in base al quale, quando ci sono situazioni straordinarie come in questo momento che c'è una pandemia, possano essere attivati meccanismi di coordinamento più forti. Ma questo richiede tempo, trattative, e alla fine poi i singoli Paesi membri decidono da soli».

La salute pubblica non è interesse di tutti?
«Di fatto ci sono sensibilità politiche differenti. Ci sono alcuni Paesi che, sbagliando, privilegiano l'apertura delle frontiere per incentivare il turismo, e non si rendono conto che in questo modo invece incentivano l'ingresso del virus all'interno dell'Europa. Le spinte economiche molto spesso portano a prendere decisioni sbagliate».

Per evitare di vanificare tutti gli sforzi cos'altro si può fare allora?
«Nell'ordinanza del governo, non soltanto è stato deciso il blocco dei voli diretti, ma anche quello dei passeggeri che vengono dai Paesi a rischio con voli intermedi: anche se un passeggero sbarca a Parigi o a Berlino viene bloccato al confine perché arriva comunque da un Paese a rischio. Stavolta la decisione del governo è stata ancora più attenta rispetto a quella di prima, che effettivamente lasciava lo spazio a questo tipo di rischio».

Ma non si potrebbero fare i tamponi anche negli aeroporti?
«No, non è fattibile. Innanzitutto il tampone è una misura puntuale, quindi magari in quel momento un soggetto può risultare negativo, mentre invece è positivo. Non c'è insomma garanzia di affidabilità dal punto di vista tecnico. Inoltre, è impossibile effettuare decine di migliaia di tamponi al giorno in un aeroporto dove arrivano migliaia di persone. Bisogna invece fare in modo di limitare i rischi a monte. Per esempio, ci sono Paesi come Svezia, Gran Bretagna e nei Balcani, che non hanno fatto quasi niente per contrastare la diffusione del virus e hanno una circolazione che a volte per un aereo può riguardare il 50-60 per cento dei passeggeri. Quindi non è accettabile che le persone da quei Paesi vengano in Italia».

I casi importati preoccupano.
«I problemi veri arrivano da Brasile, Russia, India, Stati Uniti, Messico, Perù, Cile, Ecuador. Sono Paesi che oggi sono fuori controllo. La pandemia è un fenomeno globale, finirà quando finirà nell'ultimo Paese».

Perché le regole di prevenzione sugli aerei non si applicano?
«Mentre per quello ferroviario, almeno in Italia, c'è garanzia per l'igiene, nella stragrande maggioranza del trasporto aereo questo non avviene né al check-in, né nella navetta, né all'interno. Molte compagnie, poi, viaggiano a pieno carico. È indubbio che in questo momento il trasporto aereo non è sotto controllo».

Ultimo aggiornamento: 14:08 © RIPRODUZIONE RISERVATA