CORONAVIRUS

Coronavirus, ecco perché il Sud pagherà di più gli effetti della crisi

Mercoledì 1 Aprile 2020 di Gianfranco Viesti
Ecco perché il Sud pagherà di più gli effetti della crisi

L’impatto economico dell’epidemia sarà, purtroppo, molto serio. Dipenderà da più variabili al momento ancora ignote: in primo luogo dalla sua durata nel nostro paese, dall’efficacia dei provvedimenti di contenimento e delle misure di stimolo per l’economia predisposti dal governo, dalla capacità europea di risposta, dalla diffusione del virus nel resto del mondo. Le stime di Confindustria del 31 marzo indicano una possibile caduta del Pil italiano del 6% nell’anno, con un -10% nel primo semestre e una successiva ripresa. È molto probabile che sarà forte in tutte le regioni italiane: sia in quelle più colpite dall’emergenza sanitaria, sia nelle altre. 

È possibile comprenderlo utilizzando i dati forniti dall’Istat nella sua “Memoria” presentata al Senato il 25 marzo scorso (nella versione poi aggiornata). L’Istat stima gli occupati nei settori di attività economica “sospesi” dai due Dpcm: quello dell’11 marzo sul cosiddetto “lockdown”, che colpiva particolarmente le attività terziarie, e quello del 22 marzo, che ha disposto il fermo anche di attività manifatturiere. La percentuale degli occupati che sono ancora “attivi”, è del 100% in alcuni comparti del terziario pubblico e privato (trasporti e magazzinaggio, informazione e comunicazione, finanza e assicurazioni); scende al 94% per l’agricoltura e al 77% per alcuni servizi professionali; è pari al 55% nel commercio, al 39% circa nell’industria (manifatturiera e delle costruzioni), al 27% negli altri servizi collettivi e personali e infine al 21% negli alberghi e ristoranti. I provvedimenti riguardano circa 8 milioni di occupati, quasi un terzo del totale; la maggior parte nell’industria (2,9), nel commercio (1,5), negli alberghi e ristoranti (1,2) nell’edilizia (0,8). 
 

 
 
Il loro peso sul totale è del 36% al Nord, del 31% al Centro e nel Sud continentale e un po’ inferiore nelle Isole (25%). Ma a queste percentuali non può essere automaticamente associata una diversa resilienza delle regioni. Essa dipende anche dalla struttura dell’occupazione per tipo di rapporto di lavoro e settore di attività. Sul primo aspetto, va considerato che solo il 58% dei sospesi sono dipendenti a tempo indeterminato: il restante 42% è a termine o autonomo. Nel Mezzogiorno gli occupati che non sono dipendenti a tempo indeterminato – e quindi più “deboli” – sono di più: rappresentano 51% di quelli sospesi; sono il 46% nelle regioni del Centro. Questa incidenza è particolarmente alta in Sardegna e in Calabria, dove supera il 60%, così come in Sicilia e Liguria. Vi è il fondato timore che la sospensione delle attività possa produrre un impatto molto forte sull’occupazione nelle aree in cui il lavoro è più “debole”, ad esempio sui dipendenti a termine. Nel Centro-Sud, ed in particolare nel Sud va poi considerato anche l’impatto della chiusura sul reddito di chi svolge attività irregolari (non illegali, ma sommerse) e saltuarie: lì l’estensione del lavoro irregolare è, come noto, particolarmente ampia.
 

Impossibile poi dire quanto inciderà la sospensione delle attività sui diversi settori. È bene ricordare che essa è al momento di oltre 10 giorni maggiore per i comparti del terziario interessati rispetto all’industria manifatturiera. Ora, i primi hanno una diffusione territoriale assai più omogenea, anzi rappresentano una quota un po’ più alta dell’occupazione proprio nelle regioni del Centro-Sud, in cui l’industria manifatturiera è meno presente. I fattori che incideranno sulla loro capacità di ripresa sono diversi, e al momento ignoti. Nel terziario conterà la tempistica della riapertura, e il comportamento dei consumatori, che potrà orientarsi verso un recupero almeno in parte della mancata spesa oppure verso un risparmio precauzionale. Per l’industria, la tenuta della catene internazionali di fornitura, la regolarità dei trasporti e della logistica, il comportamento della domanda estera, specie europea.
 
 

Vi saranno certamente alcune attività particolarmente colpite, in primo luogo quelle relative ai viaggi. In Italia, il peso degli addetti alle imprese del settore “viaggi” (alberghi e agenzie, principalmente) sul totale è uguale al 2,1%. Arriva al 9,9% in Trentino-Alto Adige e all’8,1% in Valle d’Aosta, ma è molto alta in specifiche province. Naturalmente Rimini, le liguri, le sarde, ma anche Venezia, Roma e Firenze; come pure alcune aree del Sud, come Lecce o Trapani, dove gli occupati sono di meno in valore assoluto ma il loro peso sul totale è altrettanto alto.  Ciò significa che la crisi potrebbe essere particolarmente forte in regioni come Trentino-Alto Adige, Lazio e Sardegna, che pure hanno una più bassa percentuale di occupati nei settori al momento “sospesi”. Una primissima, puramente indicativa, stima del Cerved indica proprio queste tre regioni, insieme a Valle d’Aosta, Piemonte, Abruzzo e Basilicata, come quelle in cui le imprese potrebbero registrare nel 2020 i maggiori cali di fatturato. 

Per questo, è fondamentale che nel disegno delle misure di politica economica prevalga sempre un approccio rivolto a tutti i territori, e a tutti gli italiani; ispirato ad una forte coesione nazionale. Con attenzione sia alle esigenze delle aree forti, dell’industria esportatrice; sia a quelle deboli, del lavoro più incerto e discontinuo. Si ripartirà insieme.

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