Covid, come torneremo a vivere dopo l'emergenza?

Giovedì 6 Agosto 2020 di Claudia Guasco

In alcuni paesi delle valli trentine, dopo la Spagnola, non ci si saluta più con una stretta di mano. Sono passati cent’anni dalla furibonda epidemia di influenza, ma la vita quotidiana non è mai tornata la stessa. Prepariamoci, perché sarà così anche con il Covid, avvertono i ricercatori del Mit. E invece sarà (quasi) tutto come prima, ribatte un’opposta corrente di pensiero scientifica. L’importante è ripartire, insistono economisti, imprenditori, società sportive, negozianti, artigiani, chef. E anche chi, occupandosi dell’anima e delle difficoltà della vita, si fa portavoce di coloro che con la pandemia rischiano di perdere tutto: «Occorre ritornare a vivere con prudenza e cautela, ma occorre ripartire», afferma il cardinale Gualtiero Bassetti, presidente della Cei e arcivescovo di Perugia.

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Consumi in caduta


In uno scritto-riflessione pubblicato dal settimanale cattolico La Voce, Bassetti sottolinea: «I dati della crisi economica che leggo su tutti i giornali sono spaventosi. Le saracinesche ancora chiuse che vedo in alcuni negozi mi lasciano amarezza e inquietudine. Perché dietro ci sono uomini, donne e famiglie». Una recessione crudele, come mostrano i dati della Cgia di Mestre: 1,7 milioni di micro imprese e partite Iva con meno di dieci dipendenti rischiano di chiudere.

«La caduta verticale dei consumi delle famiglie è stata letale - spiega il segretario della Cgia Renato Mason - Certo, molte altre professioni legate al mondo del design, del web, della comunicazione si stanno imponendo. Purtroppo, le profonde trasformazioni e la drammatica crisi cancelleranno moltissime attività cambiando il volto delle nostre città e incidendo negativamente anche sulla coesione sociale del Paese». Gordon Lichfield, direttore del Mit Technology Review, è giunto alla conclusione che il Covid è uno spartiacque: «La maggior parte di noi probabilmente non ha ancora capito, e lo farà presto, che le cose non torneranno alla normalità dopo qualche settimana, o addirittura dopo qualche mese. Alcune cose non torneranno mai più».

Per fermare il virus, finché non ci sarà un vaccino, «dobbiamo cambiare radicalmente quasi tutto quello che facciamo: come lavoriamo, facciamo esercizio fisico, socializziamo, facciamo shopping, gestiamo la nostra salute, educhiamo i nostri figli, ci prendiamo cura dei nostri familiari». Una visione che non condividono gli economisti John Remmert e Donald Huber di Franklin Equity Group. Poiché siamo animali sociali, sostengono, «prevediamo che alla fine la natura umana prevarrà». La tecnologia che ha permesso di lavorare in videoconferenza, rilevano, «non potrà mai sostituire il contatto faccia a faccia»: non sarà un ritorno al passato immediato, il cammino è lungo, «tuttavia, anche se gli impegni potranno essere organizzati con maggiore flessibilità, in quanto sarà più facile lavorare fuori dall’ufficio tradizionale, riteniamo che le persone lavoreranno e interagiranno più o meno come prima dell’epidemia».

LA PREVISIONE
Ricominceremo a prendere l’aereo con la stessa frequenza, è la previsione dei due analisti, «ci aspettiamo una ripartenza dei viaggi d’affari e anche di quelli per le vacanze, perché il richiamo delle spiagge o la curiosità di esplorare nuove città spingeranno di nuovo le persone in aeroporto, una volta che supereremo l’epidemia attraverso il tanto atteso vaccino o l’immunità di gregge».

Il professor Guido Silvestri, patologo e virologo della Emory University di Atlanta descrive l’Italia «come una barca che naviga tra due scogli: da un lato il virus, dall’altra le conseguenze del lockdown, che non solo si fanno sentire a livello economico, ma hanno gravi implicazioni a livello sociale, psicologico e anche sanitario». La riapertura rappresenta «una sterzata necessaria per evitare lo scoglio della crisi economica, ma non si può ignorare che fatalmente ci avvicini allo scoglio del virus». Che oggi, però, «siamo decisamente più preparati ad affrontare».

E le persone, in tutto questo, come cambieranno? «Penso che ci sarà più verità, più coraggio e più solidarietà», riflette l’ad dell’Enel Francesco Starace. Principi che qualcuno ha già messo in pratica. Jay Rayner, critico gastronomico del Guardian, annuncia dalle colonne del suo giornale: «Ho deciso che, per il prossimo futuro, non ci saranno recensioni negative. Se mi imbatto in un posto che non amo, semplicemente lo segnerò nel mio taccuino per sperimentare e passare ad un posto migliore. È un riconoscimento per il settore della ristorazione, che è in ginocchio».
 

Ultimo aggiornamento: 17:00 © RIPRODUZIONE RISERVATA