Covid, la svolta moderata del Cts: «No al coprifuoco, per la stretta c'è tempo». Spaccatura su palestre e piscine

Lunedì 19 Ottobre 2020 di Mauro Evangelisti

Per la prima volta nella sua storia il Comitato tecnico scientifico si è spaccato. A causare un dibattito, anche animato, ieri sera attorno alle 20 è stata la richiesta del Governo di esprimere un parere sulla chiusura di palestre e piscine. Una parte del Cts era a favore di regole rigorose, ma senza bloccare le attività; un'altra parte, soprattutto quella degli esperti più vicini al Ministero della Salute, invece ha alzato un muro, sostenendo che palestre e piscine andavano chiuse. Alla fine il tentativo di mediazione del coordinatore del Cts, Agostino Miozzo, non è riuscito, si è consumata la divisione che rischia di avere riflessi anche sul futuro.

È passato il sì alla chiusura di palestre e piscine, ma senza il consenso di tutti i membri del Cts. «Lasciamo aperte le sale bingo e chiudiamo le palestre?» si è chiesto qualcuno. Dopo un'ora, durante la conferenza stampa, il premier Conte ha spiegato che su palestre e piscine ancora ci sono incertezze ed è stata concessa una settimana per adeguare i protocolli di sicurezza. Eppure, su altri versanti negli ultimi giorni il Comitato tecnico scientifico sembrava avere demolito lo stereotipo che lo aveva sempre descritto come il fautore delle chiusure. 

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«Non si tratta di essere diventati più buoni, semplicemente oggi non dobbiamo più esprimere pareri su un nemico di cui non sappiamo nulla, come avveniva a marzo, quando di fronte a qualcosa di ignoto potevi solo chiudere tutto. Oggi possiamo dosare meglio gli interventi» si sente dire dall'interno del Comitato tecnico scientifico.

Che qualcosa sia cambiato è indubbio: per mesi gli scienziati del Cts erano stati additati, dalle Regioni ma anche da settori dell'economia, come coloro che imponevano scelte drastiche ed eccessive, affondando le imprese, la vita sociale, la scuola. Negli ultimi giorni, quanto meno prima del no sofferto a palestre e piscine che le Regioni avrebbero voluto salvare, è avvenuto l'opposto: è stato il Comitato tecnico scientifico a frenare su misure troppo drastiche, che apparivano scontate visto che in una settimana i contagi giornalieri sono raddoppiati.

Un esempio: di fronte all'ipotesi, che era circolata con insistenza, di chiudere tutti i bar e ristoranti alle 22, proprio il Comitato tecnico scientifico nelle ultime ore si è chiamato fuori. La linea è un'altra: applichiamo le regole che ci sono, piuttosto che inasprirle in modo troppo precipitoso.

 

C'è chi ha visto questa posizione meno aggressiva come un assist al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, che non ha voluto assecondare le scelte più drastiche, e una presa di distanze dal ministro della Salute, Roberto Speranza, che invece crede nella necessità di interventi più incisivi per abbassare subito la curva, prima che sia troppo tardi. «Ma no - si sente sempre dall'interno del Cts - la logica non è questa, non si tratta di assecondare il premier. Noi diciamo che bisogna mantenere i nervi saldi, leggere bene i dati, a partire da quelli sul reale tasso di occupazione dei posti letto negli ospedali per pazienti Covid-19.

Inoltre, se chiudi tutto ora, poi non hai più armi nei prossimi mesi. Meglio procedere in modo graduale». Ecco allora il professor Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità, in primavera frontman del Cts nelle famose conferenze stampa dalla sede della Protezione civile, andare in tv (al programma Mezz'ora in più di Raitre) a ripetere che il coprifuoco non serve: «Non credo che dobbiamo arrivare in questo momento alla scelta di un coprifuoco notturno per combattere la diffusione del coronavirus.

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La decisione sull'orario di chiusura di bar e ristoranti spetta alla politica, certo un occhio sugli assembramenti va dato, anche incrementando i meccanismi di controllo e sorveglianza». Ma non siamo vicini al punto di non ritorno? «Il pensiero che si sta sviluppando in Europa ci dice che il sistema rischia di andare fuori controllo nel momento in cui c'è l'1 per cento della popolazione infetta, che in Italia si traduce in 600 mila persone, ma non siamo certo a questi numeri». 

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