CORONAVIRUS

Covid, focolai e sanitari in fuga: le Rsa di nuovo travolte

Lunedì 9 Novembre 2020 di Francesco Malfetano
Covid, focolai e sanitari in fuga: le Rsa di nuovo travolte

La bolla è definitivamente esplosa. Le Rsa sono tornate ad essere luoghi di contagio in tutta Italia. Basta scorrere la cronaca delle ultime ore per rendersene conto. Venerdì a Foggia tutti i 70 ospiti della struttura Fondazione Palena (inclusi 28 dipendenti) sono risultati positivi. En plein. Un record con ogni probabilità. Qualche manciata di chilometri più in là, in Irpinia, i cluster da giorni continuano a moltiplicarsi e ora sono numerosi e distribuiti su tutto il territorio della provincia di Avellino (più di 100 casi tra Volturara Irpina, Savignano, Mirabella Eclano e Nusco). Non solo. Sempre venerdì altri 79 positivi, tra ospiti e personale, sono stati riscontrati a Firenze nelle strutture della Rsa Montedomini (per un totale di 119 nel computo della settimana). Ed è solo la punta dell'iceberg toscano dove in tutta la regione risultano contagiati ben 1.103 anziani ovvero quasi uno su 10.

L'intera penisola ribolle di queste storie. Se ne trovano altri in Campania e Puglia, ma anche in Sicilia, Veneto, Marche e Piemonte. Oltre che, tristemente, in Lombardia, da dove pochi giorni fa è arrivata la notizia che nessun italiano avrebbe mai voluto ascoltare: i contagi sono tornati anche al Pio Albergo Trivulzio, diventato un simbolo di mala gestione nel corso della prima ondata pandemica.

In pratica oggi in tutto il Paese queste residenze non sono un luogo sicuro, né per chi le abita né per chi ci lavora. Eppure le misure di contenimento sulla carta esisterebbero: blocco delle visite e tamponi a tappetto per il personale.

E allora com'è possibile che i numeri siano quelli attuali? «È vero che nelle ultime settimane i contatti sono stati limitati - spiega Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia e virologia dell'università di Padova - ma con il tracciamento che si è sbriciolato ora è impossibile evitare i contagi perché spesso non abbiamo idea di chi sia asintomatico o di chi sia stato a contatto con positivi». Per cui, basta ad esempio che un fornitore sia infetto, oppure che lo sia un familiare di un infermiere, perché non ci sia più modo parare il virus ed evitare che entri a contatto con persone fragili. «Poi c'è il fatto che i tamponi rapidi sono diventati un lascia-passare e questo, me lo lasci dire, è un errore imperdonabile». Sotto accusa per Crisanti ci sono i tamponi antigenici che non solo sarebbero poco affidabili («Su 100 casi trovati negativi almeno 30 sono falsi» dice) ma vengono anche eseguiti male rendendo lo screening all'ingresso inutile. Non ci sarebbe da stupirsi quindi dei bollettini di questi giorni. Non ancora ai livelli di marzo, ma sulla strada giusta per raggiungerli. 

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«La verità è che oggi fatichiamo a comprendere tutte le concause» spiega Massimo Antonelli, direttore delle terapie intensive del Policlinico Gemelli e componente del Cts. «È un intreccio a cui spesso ci approcciamo facendo l'errore di cercare il responsabile che spesso non c'è - perché sono seguite tutte le procedure - anziché capire quali sono davvero i problemi». Ad esempio manca evidentemente personale. «E se il personale è in numero inferiore del necessario tutto diventa più difficile» aggiunge Antonelli. «Ma è impossibile pensare di risolvere la questione ora, sono carenze che ci portiamo dietro almeno da un ventennio».

Anzi, negli ultimi mesi, come hanno denunciato più volte le sigle sindacali degli infermieri, sono anche peggiorate. Le condizioni contrattuali, una pressione salita nel periodo di massima esplosione dei contagi e la riapertura delle assunzioni da parte degli ospedali stanno infatti spingendo gli infermieri alla fuga di massa. Un esodo dalle Rsa che però penalizza i più fragili. 

Ultimo aggiornamento: 10:53 © RIPRODUZIONE RISERVATA