CORONAVIRUS

Covid Lazio, tamponi rapidi negli ambulatori ma medici contrari: «Troppi rischi»

Giovedì 8 Ottobre 2020 di Camilla Mozzetti e Flaminia Savelli
Covid Lazio, tamponi rapidi negli ambulatori, medici contrari: «Troppi rischi»

Per decongestionare i drive-in, aumentare gli screening e le diagnosi di Covid-19 entrano in campo anche i medici di famiglia e i pediatri: via ai tamponi rapidi negli ambulatori. Mentre il presidente del Consiglio Giuseppe Conte annuncia la gara per «Cinque milioni di test rapidi che saranno messi a disposizione dei medici di famiglia» e che il commissario per l’emergenza Domenico Arcuri «sta concludendo», la Regione Lazio ha messo a punto un piano operativo per avviare i test dentro gli studi dei singoli professionisti. Ieri si è tenuta una prima riunione dalla quale è uscito un documento operativo che prevede l’adesione volontaria di medici e pediatri di mettere a sistema i propri studi per i tamponi rapidi. Prerogativa è quella di «garantire i test nella piena sicurezza di pazienti e sanitari», spiega il presidente dell’Ordine dei medici di Roma Antonio Magi. Ai medici dovranno essere forniti kit, dispositivi di protezione e delle spiegazioni operative per il corretto prelievo. Verrà costituita una rete a cui proprio la Fimmg, la Federazione italiana dei medici di medicina generale guarda da settimane, «che raccoglierà - aggiunge il segretario provinciale e vicepresidente dell’Ordine Pier Luigi Bartoletti - le adesioni volontarie e creerà un sistema integrato con le Asl per i risultati e le verifiche». 

Sono 60, per ora, i medici di base pronti ad aprire gli ambulatori per eseguire i test rapidi. Ma il fronte del “no” è largo e compatto. E rischia di spaccare anche i sindacati. Il primo timore è di non avere le forniture necessarie di mascherine e tute per proteggersi: «Abbiamo visto quello che è successo tra Milano e Bergamo dove tanti medici si sono ammalati. Non possiamo correre il rischio di ammalarci facendo entrare i pazienti positivi al Covid nei nostri studi» dice Cristina Patrizi, segretaria del sindacato Medici Italiani e medico di base del Prenestino. Per molti del fronte del “no”, il problema è soprattutto strutturale. Perché gli ambulatori sono perlopiù all’interno di palazzi e condomini dove non è stato previsto nessun percorso alternativo e non sono state predisposte le attrezzature adeguate ma una delle condizioni previste dal piano regionale è quella di diversificare gli ambienti e i percorsi negli ambulatori. «C’è un alto rischio infettivo - precisa Michele Lepore che segue i pazienti nella zona di San Pietro - non abbiamo gli strumenti, non siamo attrezzati. In queste condizioni, non possiamo aprire la nostra porta». E l’alternativa proposta è quella di adeguare i locali delle Asl: «Non possiamo mischiare pazienti sani con i positivi, la nostra proposta è quella di predisporre i locali delle Asl al momento non utilizzate» rilancia Giampaolo Galli, dottore di Montesacro.  

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«È singolare vedere come il Lazio sia l’unica Regione d’Italia - aggiunge Bruno Turchetta, direttore della clinica Villa Stuart - che non permette ai laboratori privati di eseguire i tamponi molecolari, quando le tecnologie usate sono le medesime dello Spallanzani e queste strutture sono accreditate e controllare dalla Regione stessa. Anche quest’idea di far fare i tamponi negli ambulatori dei medici rischia di scontrarsi con l’assenza di spazi idonei alle verifiche». Se alla fine il nuovo piano della Regione dovesse entrare in vigore, il medico di famiglia o il pediatra sottoporrà il paziente a un test rapido e se l’esito sarà positivo, il paziente in questione dovrà comunque essere sottoposto a un test molecolare ad oggi realizzabile solo nei drive-in, con il risultato di andare incontro a quelle già note lunghe code, viste la mole di domande, e attese che in alcuni casi superano le sei ore. Intanto ieri sempre la Regione ha inviato una circolare ai direttori generali delle Asl, medici di famiglia e pediatri, sulle procedure da eseguire per le prescrizioni dei tamponi rapidi e molecolari nei drive-in, ricordando come a carico del Servizio sanitario regionale rientrano le domande per motivi puramente clinici. No alle prescrizioni a carico del Ssr in sostanza per motivi di viaggio o perché richiesti dalle aziende. 
 

Ultimo aggiornamento: 9 Ottobre, 11:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA