Covid, il virus porta via Valentino De Chiara: il papà italiano del frisbee portato ai ragazzi di periferia È nella Hall of fame

Venerdì 20 Novembre 2020 di Claudia Guasco

Se ne è andato martedì scorso a 82 anni, ucciso dal Covid. La sua è stata una morte solitaria nel letto di una casa di riposo di Milano, ma per l’ultimo saluto domani saranno in tanti: i tre figli, i dieci nipoti, tutti i suoi allievi dell’Associazione italiana frisbee di cui era presidente e fondatore. Valentino De Chiara nel ‘72 è partito per gli Usa, si è innamorato di quel disco volante ed è tornato con la pazza idea di trasformarlo anche da noi in disciplina sportiva. E ce l’ha fatta: il suo terzetto di atleti, nel 2007, ha strappato agli imbattuti americani il titolo mondiale di freestyle.

Mattia Santori, chi è il leader delle Sardine

Roma, la sfida del lancio del frisbee Acrobazie con i campioni del disco dog

 


Il papà del frisbee vittima dell’epidemia è stato un pioniere, un entusiasta, soprattutto «una persona molto generosa, sempre aperto verso gli altri, disponibile ad aiutare e accogliere. Lui stava con gli ultimi», è il ricordo del figlio Ivan.

Dal sogno americano a primo giocatore in Italia, con centinaia di esibizioni in quarant’anni di sport, poi allenatore e anima del “Frisbee temple”, un centro immerso nel verde del parco della Barona con il primo museo dedicato alle evoluzioni con il disco, un’area per gli allenamenti e spazi per lo sport e la cultura. «D’estate organizzava campi gratuiti per i ragazzi di periferia, che non possono andare in vacanza nemmeno qualche giorno ad agosto», ricorda Francesco Santolin, trent’anni, atleta e ora alla guida dell’associazione.

Pagava tutto di tasca sua e i figli lo aiutavano: «Io gli davo una mano negli allenamenti, le mie sorelle si occupavano del pranzo», dice Ivan. A chiamarlo Tempio sono stati alcuni americani sbarcati in visita alla Barona, perché Valentino ha ridato vita alla chiesetta sconsacrata a ridosso del parco creando il museo. Era un precursore, anche gli Usa ne hanno riconosciuto il merito: due anni fa la “Freestyle player association” lo ha inserito nella Hall of fame creata a Calumet, un villaggio di 700 abitanti del Michigan. Così il nome di De Chiara è entrato di diritto tra quello dei grandi e il suo vale doppio, perché lanciare il frisbee sui prati di Central Park è facile, un po’ meno nel quartiere di palazzoni dove lui allenava. Qualcuno lo prendeva per matto, ma la passione di Valentino era contagiosa e ben presto open pairs, mixed pairs, gare di distanza e di precisione hanno conquistato sempre più appassionati. E lui, che ha passato la vita a dedicarsi agli altri, è diventato «l’angelo della Barona».


«VOGLIO ANDARE IN SVIZZERA»
Originario di Salerno, nato e cresciuto in una casa davanti al mare, quando era adolescente Valentino è arrivato a Milano con la mamma, il papà ferroviere trasferito al nord e i suoi nove fratelli. Ha cominciato facendo le consegne, ha aperto un negozio di articoli sportivi, ha inventato e brevettato l’amaca che si appende a un albero solo. Mille interessi, un vulcano, l’unica passione però è rimasta quella del Frisbee. 


Prima da atleta, quindi da allenatore e guida dei ragazzi di periferia. Fino a due anni fa, quando l’ha colpito un’ischemia. «Essere costretto in un letto per lui era una sofferenza - dice il figlio - Ci ripeteva: “Portatemi in Svizzera, non ce la faccio più, voglio morire”». E invece ha tirato fuori la grinta, è passato attraverso la riabilitazione, si è rimesso in sesto. Finché il Covid non se l’è portato via. Per tutti l’ultimo ricordo è la festa per la sua incoronazione negli Usa, due anni fa, con gare, birra e salsicce al “Frisbee temple”. Come piaceva a lui, nel suo luogo del cuore.
 

 

Ultimo aggiornamento: 15:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA