Covid, da Roccaraso a Rivisondoli l'industria neve è sotto zero

Martedì 24 Novembre 2020 di Cristiano Tarsia

Venti centimetri di neve sono caduti la settimana scorsa. E gli 800 cannoni già sparano ininterrottamente. I bacini sono pieni d'acqua per preparare la neve artificiale. Se fosse stato un anno normale, e con un po' di aiuto dal clima, si sarebbe anche potuto partire a inizio dicembre, o comunque all'Immacolata. Nel 2020, invece, si spera, ci si augura, non si dorme la notte - e si lavora sino a tarda sera a basse temperature - per partire a Natale. Un segnale di ottimismo, di un territorio, quello abruzzese, che va da Roccaraso, a Rivisondoli e Pescocostanzo, sino a Pescasseroli, che non si vuole arrendere. Ma intanto le bollette di acqua e corrente elettrica salgono vertiginosamente. Per non parlare di tutte le altre spese, dai contratti degli stagionali a tutto l'indotto. Una cifra? «Per riempire tutti i bacini - avverte Bonaventura Margadonna, presidente del Consorzio Alto Sangro Ski Pass - servono 150mila litri di acqua. Ovvero un costo di 200mila euro». Ma intanto, aspettando le decisioni del governo, per poter partire bisogna muoversi ora, obbligatoriamente.

 

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GLI INVESTIMENTI
I numeri del comprensorio sono da sballo: 15mila persone al giorno che si accalcano sui 110 chilometri di piste della zona nella stagione invernale. Vale a dire un milione di sciatori, di ogni livello, che fanno il tutto esaurito negli oltre settemila posti letto delle strutture alberghiere e nel mercato, ancora più ricco, delle seconde case. Un comprensorio, quello dell'Alto Sangro, che non ha rivali nell'Appennino, e che serve la Campania, la Puglia, il basso Lazio e un po' di meno Calabria e Marche. Riprova del fatto è che in piena pandemia sono stati fatti i collaudi della nuova cabinovia all'Aremogna. Trenta trenini che possono portare 10 persone a volta, per un totale di 2mila all'ora, contro i quasi 1400 della vecchia seggiovia triposto. Un'opera nuova di zecca che è costata sopra i 6 milioni di euro e che attende gli sciatori per la prima volta. «Tutti soldi privati, nessun finanziamento - spiega Gianmaria Pisco, proprietario e gestore di due tra i principali impianti, quello dell'Aremogna a Roccaraso e di Monte Pratello a Rivisondoli - ormai i nostri impianti sono nuovi al 70%. Ogni anno miglioriamo qualcosa». Di chiusura Pisco non vuole proprio sentirne parlare. «Siamo imprenditori della neve da tre generazioni. E facciamo gli imprenditori. Non ci possiamo fermare e stiamo facendo di tutto per essere pronti all'appuntamento».


L'INCERTEZZA
Pisco come Margadonna vuole regole certe. «Non pensino che si possa fare come con i ristoranti. Che li fanno adattare e poi li chiudono. Noi siamo pronti a lavorare, anche al 50% della capienza. Ma poi le regole rimangano chiare. Anche perché lo sci per antonomasia è uno sport individuale. Con i protocolli stabiliti dalla categoria non ci sarà nessun assembramento. Gli impianti di risalita sono veloci, possiamo non far creare le file». La tecnologia aiuta, visto che, come per gli stabilimenti balneari, ci sono le App per prenotare lo ski-pass e anche un posto a tavola ai rifugi. Che comunque sono un problema. «Ma noi ci stiamo attrezzando con i chioschi per poter far mangiare tutti in sicurezza». Chioschi che, vista la temperatura, avranno comunque dei costi non da poco. Ai protocolli - ma anche alla crisi - si sono adeguati anche gli sciatori. Come spiega Massimo Albora, dello Sci Club Sai Napoli. «Sinora abbiamo il paragone solo per l'attività estiva. E i numeri sono calati del 50%. Noi ogni anno facciamo circa 500 tesserati. Per ora stiamo fermi perché bisogna capire la situazione». Il mercato intorno agli sci è fiorente. In tanti fittano casa per far fare la stagione ai figli. Inutile dirlo, è tutto fermo. «Noi faremo gruppi più piccoli. In più un nostro socio sta mettendo a punto un tampone rapido. Gli orari li riduciamo, si pranzerà a casa e non sulle piste».


STOP EVENTI
Se a monte si lavora, a valle si aspettano gli eventi. Impossibile programmare. Sarà comunque una stagione in tono minore. Si cercherà, in pratica, di salvare il salvabile. A Roccaraso, inutile dirlo, niente movida. «La nostra Stamberga - si rammarica Renata Bucci - è chiusa. Se vogliamo riaprirla dobbiamo riconvertila». Qui era obbligatorio fermarsi per un aperitivo dopo le piste. I cento metri quadri e gli assembramenti sociali erano un altro rimedio per il freddo. Né va meglio alla Fattoria, altro locale di Renata. «Abbiamo un centinaio di coperti. Da poco, per adeguarci alle normative anti Covid, abbiamo creato uno spazio all'esterno, altri 70 posti. Ma ora siamo aperti solo per l'asporto, facciamo 10-15 pizze a sera». Altra questione seria è quella dei ristori. L'attività si è fermata per un mese durante il primo lockdown. Ma i rimborsi dello Stato sono stati minimi. «Hanno basato il tutto sui fatturati di aprile, che per le attività di montagna non sono quelli di marzo e febbraio» racconta Ernesto Paolo Alba, presidente del Consorzio Alto Sangro Turismo. «Qui il turismo è una fabbrica diffusa, dà lavoro a tutto il territorio. Abbiamo più di 1500 lavoratori stagionali. Ma non possiamo programmare nulla. Le prenotazioni per ora sono calate del 50%, ma questa improvvisazione ci fa temere per il peggio». I proprietari di seconde case, che fittano un appartamentino anche a 3-4mila euro, hanno iniziato a fiutare il vento. E iniziano a fittare la casa sulla parola. Niente acconto. Per garantirsi i clienti. Chi aspetta le decisioni del Governo è Francesco Di Donato, il sindaco di Roccaraso. «L'Abruzzo è zona rossa, è tutto fermo. Chiederemo i ristori se a Natale non si parte. E garantiremo la sicurezza. Rispetto alle misure del Governo a Roccaraso saremo sempre un punto più severi».

Ultimo aggiornamento: 25 Novembre, 08:14 © RIPRODUZIONE RISERVATA