Covid, il caso medici di base: «Non possono rifiutarsi di fare test e terapie»

Lunedì 26 Ottobre 2020 di Mauro Evangelisti

I presidenti delle Regioni l'altro giorno hanno incalzato il ministro Speranza: chi lavora negli ospedali da mesi non ha respiro, vi sono categorie a cui chiediamo enormi sacrifici, eppure i 50mila medici di base che abbiamo sul territorio non vengono coinvolti a sufficienza nella guerra al coronavirus. Perché non si fanno carico, quanto meno, dei pazienti in isolamento? Perché non fanno loro i tamponi negli studi medici? Anche il Comitato tecnico scientifico, da molte settimane, chiede un maggiore impegno da parte dei medici di base. Di fronte a questa pressione, dal Ministero della Salute ribattono che il problema è conosciuto, ma che c'è una trattativa in corso con le associazioni dei medici di medicina generale, per coinvolgerli maggiormente nelle operazioni di contrasto della pandemia. 

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Secondo Pierluigi Bartoletti, vicepresidente vicario di Fimmg (la federazione dei medici di medicina generale) l'accordo domani dovrebbe essere siglato.

Qualcosa in realtà già si è mosso. Il Lazio, ad esempio, ha diffuso un bando pubblico per chiedere quali medici di base fossero disponibili a eseguire i tamponi: su 4.000 hanno risposto in 330, un numero non straordinario, ma un punto di partenza. Inoltre, nelle Uscar, le squadre di camici bianchi che girano sul territorio e che in certe situazioni vanno nelle abitazioni dei casi sospetti, ci sono anche i medici di famiglia. «Ma dobbiamo coinvolgerli maggiormente - dice l'assessore alla Salute, Alessio D'Amato - anche per l'assistenza e il tracciamento. Da noi ci sono 20.000 persone in isolamento e 4.000 medici di famiglia, sarebbe sufficiente che ognuno di loro si facesse carico di 5 pazienti». Un ragionamento simile lo fa anche Marco Marsilio, presidente dell'Abruzzo, dove i medici di base sono 2.000. 

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In tutta Italia sono 50.000 e se è vero che nella prima ondata, in Lombardia, alcuni medici di famiglia sono stati contagiati e sono morti per prestare assistenza, oggi le segnalazioni di chi magari ha i sintomi, ma non riesce a mettersi in contatto con il proprio medico sono numerose. In sintesi: da una parte ci sono le Regioni, compatte, che chiedono al governo di convincere/costringere i medici di famiglia ad eseguire i tamponi e a partecipare in forze alle operazioni di assistenza e tracciamento; dall'altra c'è il ministro della Salute, Roberto Speranza, che da tempo sta conducendo la trattativa con le associazioni di categoria e deve superare alcune resistenze. Al tavolo ci sono i sindacati medici, tra cui Fimmg che rappresenta una fetta consistente della categoria. Pierluigi Bartoletti, vicesegretario nazionale, come detto, sostiene che l'accordo medici-governo è vicino. Ma perché i medici di base si stanno tirando indietro? Replica Bartoletti: «Sa qual è la verità? Fino ad oggi siamo stati sotterrati da tonnellate di carta, tutta l'attività è legata a valanghe di richieste di certificazioni, segnalazioni, notifiche e richieste di tamponi. Poi, non è vero che ci tiriamo indietro, a Roma siamo in campo da marzo. Oggi la guerra a Covid-19 si vince con la tempestività della diagnosi e con la capacità di liberare subito dal sospetto un malato con la febbre che però non ha il coronavirus. Faccio l'esempio della giornata appena conclusa: come Uscar, le squadre sul territorio formate anche dai medici base, siamo di supporto all'Ares 118. Abbiamo visitato cinque pazienti con i sintomi, ma solo uno era positivo, ma si è scoperto dopo». In tutta Italia si segnala la carenza di coinvolgimento dei medici di base nella sfida al coronavirus. Bartoletti replica: «Al Nord molti colleghi sono stati in prima linea, conoscono bene il nemico e purtroppo alcuni sono morti. Nel Lazio, comunque, abbiamo una macchina rodata. In altre regioni, ancora manca la necessaria esperienza. Ma noi siamo pronti a fare i tamponi antigenici anche nei nostri studi, non ci tiriamo indietro».

Ultimo aggiornamento: 13:04 © RIPRODUZIONE RISERVATA