Daniela Poggiali assolta e pentita, l'infermiera di Ravenna: «Non rifarei quelle foto in ospedale con l'anziana morta»

Martedì 26 Ottobre 2021
Daniela Poggiali assolta e pentita, l'infermiera di Ravenna: «Non rifarei quelle foto in ospedale con l'anziana morta»

Assolta e pentita, anche perché le sentenze favorevoli dei giudici non cancellano la radiazione di Daniela Poggiali dall'albo degli infermieri. E' il caso delle fotografie che la ritraggono insieme a un'anziana paziente appena deceduta in ospedale. 

«Mi dispiace averle fatte, ho fatto uno sbaglio. Se tornassi indietro non lo farei più, per questo ho pagato». Lo ha detto Daniela Poggiali, intervistata da alcuni giornalisti a Ravenna, nel suo primo giorno tornata in libertà dopo le due assoluzioni di ieri della Corte di appello a Bologna. «Mi auguro questa volta la Procura si metta l'anima in pace, se dovesse ricorrere aspetteremo», ha detto l'ex infermiera.

Infermiera pentita per la foto con l'anziana deceduta

 

Daniela Poggiali, che oggi ha detto di voler tornare a lavorare come infermiera, è stata radiata dall'albo con provvedimento passato in giudicato nel 2020 per le foto che la ritraevano sorridente con i pollici alzati di fianco a una paziente di 102 anni appena morta, in una stanza di ospedale a Lugo (Ravenna). Potrebbe in teoria chiedere di essere riammessa, trascorsi cinque anni. Gli scatti erano stati fatti il 22 gennaio 2014 da una giovane collega oss, che glieli inviò, e furono trovati nel suo telefonino quando i carabinieri andarono per la prima volta a perquisire la sua casa. Le immagini sono costate a Poggiali il licenziamento da parte dell'Ausl Romagna, anche questo definitivo perché confermato da decisione del giudice del lavoro non impugnata, e la radiazione da parte del collegio dell'Ordine, notificatole in definitiva a dicembre 2020.

Ma ora, dopo la liberazione dalla seconda carcerazione, Daniela Poggiali, 49 anni, vuole progettare il suo futuro. «Adesso voglio pensare un po' a me stessa, godermi la mia famiglia. Poi mi piacerebbe, un domani, tornare a fare il mio lavoro.  La speranza è sempre quella», dice all'Ansa l'ex infermiera, tornata nella sua casa di Ravenna insieme al compagno, Luigi Conficconi. Mancava dalla vigilia dello scorso Natale, quando venne arrestata per la seconda volta. La prima, nel 2014, la custodia cautelare era durata oltre mille giorni. Ieri la Corte di assise di appello di Bologna l'ha assolta ancora, due volte in un solo giorno dall'accusa di aver commesso altrettanti omicidi, di anziani pazienti ricoverati e morti nell'ospedale di Lugo di Romagna. Rosa Calderoni, 78 anni, per l'accusa assassinata con iniezione di potassio e Massimo Montanari, 94.

«Questa vicenda mi ha portato del dolore, ma non mi ha tolto la convinzione che io sia una brava infermiera e che possa fare di nuovo il mio lavoro, come facevo prima», dice al telefono Poggiali, che però è stata radiata dall'albo a fine 2020 per le ormai famose foto scattate, nel 2014, di fianco a una centenaria appena morta, lei sorridente e con i pollici alzati, in una stanza dell'ospedale. Le trovarono i carabinieri nel suo telefono, durante una perquisizione. Potrebbe, in teoria, chiedere di essere riammessa fra cinque anni.

Uscita ieri sera dal carcere di Forlì, passata una notte con poco sonno, Poggiali è ancora euforica dall'udienza: «Mi sento bene, sono stata nella mia famiglia. Mi sto riappropriando pian piano della mia libertà e di quel sapore incredibile che ha la libertà dopo più di dieci mesi chiusa in un carcere». Per i magistrati, che in questi anni l'hanno accusata e giudicata, disponendo perizie medico-legali e di recente anche una statistico-forense sull'aumento dei morti in corsia durante i turni di Poggiali, l'ex infermiera ha un messaggio: «Ringrazio sempre la buona giustizia. Ho avuto modo di tastarla a Bologna, di averne una prova. Mi dispiace solo che se questa vicenda fosse stata gestita in maniera diversa dall'Asl e dalla Procura di Ravenna a quest'ora non sarei stata dipinta come il serial killer e forse non sarei neanche finita a processo in tribunale».

Però, «confido sempre nella buona giustizia e quindi confido che il giudice faccia delle buone motivazioni, affinché si possa mettere fine a questa vicenda». Il percorso infatti non è ancora concluso, anche se le due sentenze arrivate ieri in contemporanea sono una grossa pietra sulla strada per dimostrarne la colpevolezza. Per il caso di Rosa Calderoni si era arrivati a un non consueto appello ter, dopo una condanna all'ergastolo in primo grado a Ravenna, due assoluzioni in appello a Bologna seguite da due annullamenti della Cassazione. Tre assoluzioni potrebbero anche essere considerate sufficienti per porre più di un ragionevole dubbio sulla responsabilità dell'imputata. L'omicidio di Montanari, i cui familiari non si sono mai costituiti parte civile, aveva come movente una minaccia di cinque anni prima all'anziano, all'epoca datore di lavoro del compagno. In abbreviato il gup di Ravenna aveva inflitto 30 anni, ma ieri anche per questo caso, che è comunque inevitabilmente collegato all'altro, la Corte di assise di appello ha assolto perché il fatto non sussiste. Fra 90 giorni si conosceranno le motivazioni. La Procura generale di Bologna, che ieri ha insistito a chiedere la condanna e potrebbe in teoria impugnare ancora, al momento non si esprime sulle proprie intenzioni.

Ultimo aggiornamento: 27 Ottobre, 01:07 © RIPRODUZIONE RISERVATA