Delitto Macchi, la lettera che ha incastrato l'assassino

Venerdì 15 Gennaio 2016 di Claudia Guasco
MILANO - La mattina del 10 gennaio 1987, il giorno del funerale di Lidia, a casa della famiglia Macchi arriva una busta chiusa, regolarmente affrancata, spedita il 9 gennaio. Contiene un foglio scritto a mano, una poesia. Titolo: "In morte di un'amica". Non c'e' firma, ma in fondo al foglio l'autore ha disegnato il simbolo di Comunione e liberazione. Sara' proprio questa lettera, grazie alla perizia grafologica, che incrociata con alcune testimonianze chiave ha permesso agli investigatori di risalire a Stefano Binda, compagno di liceo di Lidia, finito in carcere a 29 anni dalla morte della ragazza.



IL "GRANDE RIFIUTO"
Lo scritto, a una prima lettura, pare un miscuglio farneticante di religione e poesia. In realta' descrive minuziosamente cio' che e' successo in un bosco di Cittiglio la sera del 5 gennaio. E anche il movente che avrebbe scatenato la furia del presunto assassino: punire Lidia perche', nella visione distorta dell'omicida che l'ha costretta a un rapporto sessuale, si e' concessa a lui. "Perche' io, perche' tu, perche' in questa notte di gelo, che le stelle sono cosi' belle, il corpo offeso velo di tempio strappato giace". Dal'analisi dei versi emerge che "chi scrive e' persona religiosa o che si occupa di temi religiosi e che si vive quale 'oggetto di un rifiuito ' ritenuto 'grande'", scrive il gup di Varese Anna Giorgetti nell'ordinanza di custodia cautelare. L'autore descrive anche il cadavere che, "offeso perche' oggetto di reiterata violenza, lo stupro e le coltellate, giace disteso proprio come il corpo di Livia viene trovato". Nei primi mesi del 2015 un quotidiano pubblica la lettera, una donna la vede e rimane colpita. "Cosi' andavo a riprendere le cartoline che mi aveva spedito in quegli anni Stefano e con sorpresa notavo una grande somiglianza della grafia tanto che decidevo di consegnarvele", mette verbale. E' l'elemento decisivo che squarcia il buio, che spazza via decenni di piste senza sbocchi, falsi sospetti e calunnie.

LA DROGA
Stamane alle 6 Stefano Binda viene portato in carcere dagli agenti della Mobile di Varese. "Le evidenze raccolte rendono estremamente probabile il rischio di reiterazione dei reati della stessa indole", sottolinea il gup. Che rileva anche la "cosciente consapevolezza" di Lidia Macchi di "non avere avuto via di scampo sin dall'avvio dell'aggressione e che, iniziata l'azione di accoltellamento, abbia purttroppo avuto tutto il tempo per comprenderelucidamente di essere sacrificata a morte. In questo lasso di tempo la giovane e' stata sottoposta a una sofferenza tanto intensa da essere difficilmente descritta in modo adeguato". Quanto a Binda, "l'uso ancora attuale di sostanza stupefacente del tipo eroina da lui stesso dichiarato, legittima la conclusione che l'indagato, oggi un uomo che si avvicina ai cinquant'anni, abbia compiuto, abbandonandosi all'uso di sostanze stupefacenti, una scelta di vita lucida e consapevole che ancora a oggi ritiene meritevole di essere perseguita", afferma il gup. L'eroina e i lunghi mesi in comunita' di recupero, "nel caso di Binda non sono frutto dello sbaglio compiuto da intere generazioni di ventenni degli anni '80", ma e' attualmente "la dimensione di fuga da ricercare". La droga "mantiene intatto", per Stefano Binda, "un potere di seduzione di cui, all'evidenza, non sa resistere se, dopo tanti anni, non ne riesce a cogliere la forza distruttiva". Ultimo aggiornamento: 16:01 © RIPRODUZIONE RISERVATA