Diabolik, i genitori di Fabrizio Piscitelli: «Adesso vogliamo il mandante»

Martedì 5 Aprile 2022 di Alessia Marani
Diabolik, i genitori di Fabrizio Piscitelli: «Adesso vogliamo il mandante»

Mamma Maria ha 83 anni, accanto a lei c’è il marito Bartolomeo che ne ha compiuti 90. Stringono tra le mani la cornice con la foto di loro figlio, Fabrizio Piscitelli, ucciso con un colpo alla nuca mentre era seduto su una panchina del Parco degli Acquedotti quasi tre anni fa. «Tra di noi e in casa mai chiamato Diabolik, era ed è solo Fabrizio», dicono.

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A dicembre la polizia ha arrestato l’argentino Raul Esteban Calderon come autore del delitto. Il presunto assassino ora ha un volto e un nome: corrispondono all’identikit che avevate immaginato?
«Mai visto quel volto se non sui media dove è apparso potremmo dire radioso... Come un individuo possa uscire da casa su richiesta e su compenso per uccidere a freddo una persona, lascia senza fiato. Solo un degenerato che vive nel letamaio umano può fare questo e noi per quel volto e per quel nome possiamo solo sperare che la sua pena non abbia fine». 

Questo arresto soddisfa la pioggia di domande che avrà martellato le vostre teste fin dal 7 agosto del 2019?
«Vede, nonostante la nostra età, manteniamo molta lucidità e la pioggia di domande sensate ci coglie ogni momento della giornata da allora. Dunque, aspettiamo con ansia gli ulteriori sviluppi e la conclusione dell’indagine per l’omicidio di nostro figlio».

Pensate ci siano punti oscuri?
«Le zone d’ombra su cui far luce restano ampie per noi. Ci chiediamo per esempio con chi avesse l’appuntamento nostro figlio, chi lo ha tradito proprio attraverso quell’incontro a cui Fabrizio è andato tranquillo tanto da giungere al parco perfino in anticipo. Un incontro trasformatosi in un’esca, potremmo dire, proprio per completare il disegno funesto. Ci chiediamo chi aspettasse il killer sulla moto, chi o quanti hanno avuto interesse a spazzare via nostro figlio da un mondo caratterizzato da tanto squallore e dal degrado con cui purtroppo lui si era confuso, parecchio a quanto pare. Noi vorremmo che scontasse l’ergastolo anche chi avesse semplicemente annuito o partecipato passivamente a questa esecuzione e ci chiediamo pure perché per l’omicidio sia stato scelto proprio quel parco, in pieno giorno e affollato di persone. Quale messaggio doveva arrivare così forte e chiaro? E da chi a chi?». 

Il procuratore aggiunto Michele Prestipino in audizione Antimafia aveva definito il delitto «omicidio di mafia» ma il movente oggi sembra l’epilogo di una lite da strada. Davvero è bastato che desse dell’infame a qualcuno per essere condannato a morte?
«Noi credendo fermamente alle parole del procuratore Prestipino che ci appare un magistrato di grande spessore, con conoscenze ampie sul reticolato criminale di questa città, non possiamo coniugare il delitto di mafia con un delitto quasi assimilabile al fenomeno del bullismo. Non può bastare da quanto abbiamo letto sui giornali, l’etichetta di “infame” ad un soggetto per scatenare un’organizzazione così attenta e studiata tanto che obiettivamente a distanza di quasi tre anni non c’è ancora una svolta decisiva. Riteniamo invece che proprio per le parole del procuratore questa indagine abbia tempi così lunghi e che necessariamente dovrà portare alla luce tante nefandezze e non solo per la nostra ricerca di verità».

Davvero a Roma si spara per una parola di troppo oppure c’è altro?
«A Roma c’è sicuramente altro e questo ci sembra ormai molto chiaro da tutto ciò che finora abbiamo letto e visto in tv. Nostro figlio aveva scelto di coinvolgersi con sub culture e con gente pervertita moralmente. Eppure, lui non era così!».

Voi avete in casa le sue foto, ma pare che anche la famiglia Senese avesse in casa la foto di Fabrizio come fosse uno di famiglia. Di questa vita parallela ne avete mai parlato? Avete provato ad allontanarlo da certi ambienti?
«Che la famiglia Senese avesse in casa la foto di nostro figlio non possiamo saperlo perché come noto, non abbiamo mai avuto rapporti con gli stessi. Una volta per tutte, deve essere chiaro che certe scelte di Fabrizio riguardanti frequentazioni amicali a rischio non potevano essere da noi condivise. Lui è sempre stato molto accorto e protettivo nei nostri riguardi, consapevole della distanza siderale tra il nostro mondo e quello di altri. Che piaccia o non piaccia, noi possiamo permetterci di gridare il nostro dolore e la sete di giustizia non avendo mai fatto parte di contesti delinquenziali, né tanto meno abbiamo mai colluso con essi. Molte sono state le nostre battaglie e per tante ragioni affinché Fabrizio si riappropriasse della sua vera natura ma le abbiamo miseramente perse».

Chi era Fabrizio? Pensate che qualcuno abbia approfittato o si sia fatto scudo dietro al suo carisma anche di leader della Curva?
«Fabrizio era nostro figlio e questo basta per capire il senso della nostra disperazione e del dolore a cui noi genitori e i suoi fratelli siamo stati condannati. Che il suo carisma e la sua versatilità possano ingenerare speculazioni varie non è peregrino. Da una parte accade che i media, per esempio, se muore un altro soggetto in un altro contesto, finiscono per pubblicare l’immagine di Fabrizio: fa più scena. D’altra parte, ci chiediamo pure se a oggi ci sono ancora individui che dietro al suo nome o soprannome procedano con un loro “passo” in certi ambiti».

Fabrizio non c’è più ma vi ha lasciato due nipoti, le figlie, che si porteranno dietro il bagaglio lasciato dal padre e dal cognome. Come immaginate il loro futuro?
«Le nostre nipoti hanno amato il padre come lui ha fortemente amato loro quindi sapranno portare tale peso riuscendo a compensare con tutto ciò che di buono certamente ricorderanno».

In definitiva è stata fatta giustizia per vostro figlio?
«Non in modo definitivo poiché dietro all’esecutore aspettiamo i mandanti». 

Ultimo aggiornamento: 10:12 © RIPRODUZIONE RISERVATA