Dj Fabo, striscione contro Cappato davanti al Tribunale: «Suicidio assistito=omicidio»

Martedì 9 Maggio 2017 di Claudia Guasco
striscione

MILANO «Suicidio assistito=omicidio. Cappato in galera». E’ la scritta che campeggio su uno striscione comparso davanti all’ingresso principale del palazzo di giustizia di Milano. La Procura, dopo la morte in Svizzera di Dj Fabo e l’autodenuncia di Marco Cappato ai carabinieri, ha aperto un’inchiesta con l’accusa di aiuto al suicidio nei confronti dell’esponente dei radicali. E la scorsa settimana, all’esito delle indagini, le pm Tiziana Siciliano e Sara Arduini hanno firmato una richiesta di archiviazione ora sulla scrivania del gip Luigi Gargiulo.

LA BATTAGLIA DI VALERIA
Lo striscione, a caratteri cubitali e appeso in modo ben visibile lungo il trafficato corso di Porta Vittoria, non riportava alcuna sigla ed è stato rimosso. Ma la tempistica non è casuale, è spuntato proprio pochi giorni dopo la trasmissione al gip dell’istanza in cui i pm scrivono: «Il principio della dignità umana impone l’attribuzione a Fabiano Antoniani, e in conseguenza a tutti gli individui che si trovano nelle medesime condizioni, di un vero e proprio “diritto al suicidio”». Un’affermazione di fronte alla quale Valeria Imbrogno, la compagna di Dj Fabo, fino all’ultimo al fianco del trentanovenne cieco e tetraplegico nella sua battaglia per la “dolce morte”, ha rotto il silenzio: «L’importanza di ogni singola parola», ha scritto sulla sua pagina Facebook, riportando la frase dei magistrati «il diritto alla dignità è affiancato al diritto alla vita». Adesso è Valeria a raccogliere l’eredità lasciata da Fabiano Antoniani e a battersi per l’eutanasia legale.

«SERVE UNA LEGGE»
Per l’associazione Luca Coscioni, di cui Cappato è tesoriere, l’istanza della Procura è un primo passo importante. «Qualcosa si muove. Ora diritto di dignità e testamento biologico, nella prossima legislatura il diritto all’eutanasia», commenta. I magistrati milanesi infatti hanno anche lanciato un messaggio al mondo politico sull’opportunità che il legislatore italiano si faccia carico in prima persona del tema, disciplinando rigorosamente il diritto di suicidio. «Diritto di dignità e richiesta di legiferazione al mondo politico e legislativo: sembra muoversi finalmente qualcosa anche nel nostro Paese», afferma Filomena Gallo, avvocato e segretario dell’associazione Luca Coscioni. «I pm hanno considerato i precedenti dei casi Englaro e Welby, i principi della Costituzione e del nostro ordinamento - continua Filomena Gallo - Esercitare il diritto alla dignità umana va posto sullo stesso piano del diritto alla vita». Secondo il legale, se anche il gip decidesse di procedere per imputazione coatta, i pm evidenziano la necessità che il giudice sollevi il dubbio di legittimità costituzionale dell’articolo 580 del codice penale, che prevede i reati di istigazione e aiuto al suicidio. «E’ una norma che risale al periodo fascista, precedente alla Costituzione italiana - spiega - Dunque, se il suicidio non è reato, bisogna stabilire anche in quali casi - la sofferenza atroce, la diagnosi senza speranza - l’aiuto al suicidio non debba essere considerato reato. Fabo desiderava il suicidio assistito ma non potendosi muovere ha avuto bisogno dell’aiuto di un’altra persona». L’associazione ricorda poi che oggi iniziano le audizioni della Commissione Sanità del Senato per la legge sul testamento biologico, già passata alla Camera. «Sulla legalizzazione dell’eutanasia il Parlamento è fermo dal 2013, quando abbiamo presentato una legge di iniziativa popolare dopo aver raccolto 70.000 firme - conclude Filomena Gallo - Alla prossima legislatura chiederemo di calendarizzarla».

Ultimo aggiornamento: 10 Maggio, 12:46 © RIPRODUZIONE RISERVATA