Dj Fabo emigra in Svizzera
l’artista insegue la «dolce morte»

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di Carla Massi

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Una maledetta notte di giugno del 2014 l’incidente. Fabiano Antonioni, dj Fabo, allora 37 anni, stava tornando stava tornando a casa lungo una via intorno a Milano. Cade il cellulare, si china per prenderlo, sbanda: l’impatto con un’altra macchina. Resta cieco e tetraplegico. Un rosario di terapie che non hanno esito.

A metà gennaio scorso, con il video al presidente Sergio Mattarella, chiede, attraverso la voce della compagna Valeria, di poter morire. Di smettere di lottare e «trovare pace». Le polemiche, la divisione tra chi lo sostiene e chi lo attacca, il terzo rinvio al testo sul Biotestamento alla Camera. Due giorni fa, il viaggio in Svizzera. Per morire.
Con lui è partito Marco Cappato leader dell’Associazione Luca Coscioni («Me l’ha chiesto, gli ho subito detto di sì»). Per Fabo, ora, l’incontro con i medici che spiegano in che cosa consiste il trattamento, le visite previste dal protocollo, i colloqui con gli psicologi. Nel caso in cui non ci fossero le condizioni per la dolce morte i sanitari potrebbero dire no al paziente mentre, fino all’ultimo minuto, Fabo ha il diritto di rinunciare. Circa il 40% delle persone arrivate in Svizzera determinate a chiudere con la vita decidono di tornare a casa dopo aver parlato con i medici. Dovranno trascorrere dei giorni per capire se il dj, secondo le regole svizzere, potrà o no accedere all’eutanasia.
 

«Certo - spiega l’avvocato Filomena Gallo segretaria dell’Associazione Coscioni - potrebbe anche cambiare idea. Noi stiamo usando l’hashtag “fabolibero” ma Fabo, per essere libero, è dovuto andare in Svizzera». Nel video diffuso poco più di un mese fa Fabo racconta le sue due vite, quella prima della tragica notte di giugno 2014 e oggi. Un video che sa di testamento, di appello, di disperazione e di rabbia ingoiata. 

«Sono sempre stato un ragazzo molto vivace - ricorda la voce di Valeria - Un po’ ribelle, nella vita ho fatto di tutto ma la mia passione più grande è sempre stata la musica, suonare per gli altri mi faceva felice. In questi anni ho provato a curarmi, anche sperimentando nuove terapie. Purtroppo senza risultati. Da allora mi sento in gabbia. Non sono depresso, ho mantenuto la mia ironia ma non vedo più e non mi muovo più. Sono immerso in una notte senza fine».

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Lunedì 27 Febbraio 2017, 08:43
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1 di 1 commenti presenti
2017-02-27 13:14:24
Vorrei prima di tutto esprimere le mie condoglianze alla famiglia di Fabo, e un doveroso ringraziamento a chi ogni giorno insiste e lotta perchè in Italia si ottenga finalmente una legge per l'eutanasia o per il suicidio assistito, nella speranza che un giorno i nostri politicanti la smettano di girare intorno al problema senza che lo si affronti fino in fondo. Non sono però d'accordo nel non aver dato il giusto spazio, se non poche righe, circa la causa dell'incidente e di tutto quello che ne è scaturito, ovvero l'utilizzo del cellulare in macchina e in generale l'essere distratti alla guida (e non ce l'ho solo con Il Mattino, includo anche gli altri giornali). E' un malcostume diffuso che provoca spesso incidenti, più o meno gravi, e che comporta gravi danni sia a chi lo usava il cellulare sia a chi magari se ne stava tranquillo camminando rispettando le regole, malcostume che nel caso in questione ha comportato lesioni irreparabili e sofferenze per Fabo e per i suoi cari. Si deve insistere a fare prevenzione anche su questo, e si deve partire dalla scuola. Non è pensabile che si debba finire così per un cellulare.

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