Obiettori di coscienza e centro ko,
il disastro della legge 194

Lunedì 8 Ottobre 2018 di Maria Pirro
Tanti, troppi ginecologi obiettori, consultori in crisi, caos prenotazioni, donne costrette ad abortire accanto alle partorienti o a spostarsi in altre regioni, interventi più frequenti tra le minorenni e addirittura sospesi a causa dei tetti di spesa, difficoltà nel somministrare la pillola Ru486 e nell'assistenza dopo il terzo mese di gestazione, ricorso al «fai-da-te» soprattutto tra le immigrate. Ecco, gli ostacoli che da tempo si registrano nell'applicazione della legge 194 che stabilisce che la gravidanza indesiderata possa essere interrotta gratuitamente nelle strutture pubbliche ma prevede anche politiche di prevenzione. A distanza di 40 anni dall'approvazione delle norme e nei giorni in cui infiamma la polemica sulla mozione per la vita approvata dal consiglio comunale di Verona, le difficoltà segnalate da operatori, associazioni femministe e pazienti diventano motivo di una nuova mobilitazione. In campo la rete, denominata Rebel network, che oggi raggruppa 152 realtà italiane.

Si parte dalla questione dei medici che, per motivi di coscienza, non garantiscono la prestazione sanitaria. Sono ormai il 70,5 per cento, secondo l'ultimo monitoraggio nazionale presentato in Parlamento. E il record di obiettori, oltre l'80 per cento, si registra nel Mezzogiorno: in Abruzzo, Molise, Campania, Puglia e Basilicata. Non bastasse, anche un anestesista su due nella penisola incrocia le braccia, e fanno lo stesso gli altri operatori sanitari e a queste difficoltà si aggiungono ulteriori carenze di personale. In particolare, servirebbero più assistenti sociali e psicologi anche per poter migliorare l'accoglienza e gestire le prenotazioni. Ci sono infatti strutture che accettano solo un numero limitato di richieste al giorno, quindi chi vuole abortire deve raggiungere all'alba lo sportello per evitare di dover ritornare l'indomani. Una lotteria, «una fila penosa»: così l'hanno definita gli stessi responsabili dei servizi nella Asl di Napoli, in occasione del convegno organizzato il 31 maggio 2018 nel palazzo del Consiglio della Regione.

Ancora: nel Lazio l'aborto dopo il terzo mese viene effettuato solo nella capitale e in nessuna delle altre province. «Perché siamo rimasti in sette a provvedere», dice Silvana Agatone, presidente di Laiga, l'associazione che raggruppa i ginecologi non obiettori. «Per legge, il servizio andrebbe assicurato in tutti gli ospedali e invece si ha in un presidio italiano su dieci», aggiunge. Inoltre, «ci sono cliniche convenzionate che possono essere costrette a sospendere gli interventi in autunno, una volta raggiunto il tetto di spesa pattuito per i rimborsi. Anche questo disorienta».

Agatone mostra una lettera scritta a mano da una donna napoletana che segnala il disagio vissuto in prima persona nell'ottenere la data del raschiamento entro i termini. «L'abbiamo ricoverata noi a Roma, un anno fa», ricorda. «Ma il report sull'applicazione della 194, elaborato dal ministero della salute, non consente di valutare situazioni del genere, perché riporta la data di prenotazione e quella dell'intervento, non il giorno della richiesta e quindi eventuali ritardi e mancata presa in carico».

Poi c'è l' aborto farmacologico, che avviene tramite la somministrazione della pillola Ru 486 ma ancora a macchia di leopardo. In Campania è previsto il ricovero per tre giorni e il farmaco non disponibile in tutti i reparti. La consigliera delegata alle pari opportunità Loredana Raia, che nel dibattito di maggio si è impegnata ad affrontare le criticità entro il prossimo mese ottobre, ribadisce l'impegno finalizzato a promuovere l'intervento meno invasivo: «In Finlandia avviene nel 98 per cento dei casi, in Italia nel 15, in Campania siamo molto al di sotto anche della media nazionale».

Raia aggiunge: «L'altro obiettivo prioritario è quello potenziare le attività di prevenzione, in particolare dirette alle adolescenti». Il numero di aborti è preoccupante a Napoli: le ragazzine sono il 3,3 per cento delle pazienti, decisamente più dello 0,2 per cento certificato nella zona vesuviana e in penisola sorrentina. Ma i consultori sono in crisi e sono sempre di meno: tre quelli chiusi a Napoli. «Da un mese la sede dell'Elena d'Aosta è off-limits per motivi di sicurezza», interviene l'infemiera in pensione Marcella Torre, che annuncia un flash mob, mercoledì mattina, davanti all'ex ospedale. «Un modello può essere il Piemonte, dove i contraccettivi ora vengono dati gratuitamente», ragiona Raia.

La ginecologa Lisa Canitano è presidente dell'associazione Vita di donna che si occupa di salute e ha sede a Roma. Racconta altri problemi riscontrati sul campo: «Per anni abbiamo rintracciato medici in tutta Italia per provvedere alla contraccezione di emergenza, perché altri colleghi in pronto soccorso e anche i medici di famiglia spesso si rifiutavano di fare la prescrizione. Recepito l'indirizzo europeo, ora la ricetta non è più necessaria, se non per le minorenni, ma resta l'ostilità da parte di alcuni farmacisti: da quando i prodotti sono usciti dalla lista di emergenza, che è obbligatorio avere al bancone, ce ne sono diversi che invocano il diritto di obiezione di coscienza, non previsto per la categoria, ma così facendo non provvedono all'approvvigionamento. E il ritardo nella consegna, dovuto alla necessità di ordinare le pillole, può causare una gravidanza indesiderata». Canitano spiega che «più segnalazioni di questo tipo ricevute dalla onlus si hanno in Campania, nel Lazio e nel Veneto, ma arrivano anche dall'Emilia Romagna e dalla Sicilia, e sono il risultato della volontà di impedire una maternità consapevole».

Per le immigrate, il vero problema resta, invece, il fai-da-te praticato con medicine acquistate su internet e assunte in dosi massicce. Lo denunciano i volontari di Emergency a Castel Volturno che hanno accompagnato al pronto soccorso anche ragazze al settimo mese di gravidanza costrette a ingoiare 50 compresse di un gastroprotettore usato per abortire.Ultimo aggiornamento: 4 Dicembre, 17:23 © RIPRODUZIONE RISERVATA