Roma, spinta giù da Ponte Sisto: il killer di Imen era stato allontanato dalla Capitale

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di Adelaide Pierucci

A Roma non ci sarebbe dovuto stare. Invece non se ne è mai allontanato. Per Stefan Iulian Catoi, il romeno accusato di aver ucciso con una spinta da Ponte Sisto l’ex campionessa di atletica tunisina Imen Chatbouri, una settimana prima dell’omicidio, a seguito di un arresto per furto, era stato disposto l’obbligo di dimora fuori da Roma. Una misura cautelare firmata dal giudice davanti al quale era stato portato a processo per aver tentato di rubare in un camping sull’Aurelia e che Catoi non ha mai osservato. La prova è nelle riprese delle telecamere della Questura e di Roma Capitale, che lo hanno inquadrano in più punti, da Battistini al Centro, la sera e la notte della spinta fatale, ma anche nei giorni precedenti. Gli stessi quartieri, appunto, in cui scorrazzava prima dell’arresto per il furto nel campeggio sull’Aurelia, sventato dai carabinieri. 

«Imen uccisa dal fidanzato». Ma il video a Ponte Sisto inguaia il romeno
 


Quando la misura del divieto di dimora verrà revocata in sostituzione di quella più grave del carcere, Catoi è già a Regina Coeli con l’accusa dell’omicidio premeditato di Imen. Il romeno, che domani compierà 26 anni, era stato ammanettato il 23 aprile mentre tentava di svaligiare con un grosso cacciavite un bungalow del camping Aurelia. L’indomani, il 24 aprile, sette notti prima dell’omicidio di Imen, il processo per direttissima. Nonostante Catoi abbia altre grane alle spalle per furto e pure per rissa, il giudice dispone la convalida dell’arresto e la contestuale scarcerazione, ma con un ordine: l’imputato deve andarsene da Roma e non rientrarvi. Il giovane, invece, porta pochi fagotti, qualche indumento e una valigia a casa di un amico italiano che vive vicino Cerveteri, e dalla mattina alla sera torna a Roma per fare il playboy, racimolare soldi, muovendosi tra Battistini, la sua base, verso il centro, tra villa Pamphili e piazza Venezia. 

Nel pomeriggio del primo maggio, sorseggia birra nel bar all’uscita della metro Battistini, quando conosce Imen. Lei sta al tavolo di fronte col fidanzato, l’olandese Johannes Den Otter, ma si sorridono. Imen fa il primo passo e invita il romeno a unirsi a loro. Da quel momento, come racconterà Den Otter agli inquirenti, restano assieme fino a notte fonda, almeno fino all’una e mezza: ultima tappa al bar Castellino di piazza Venezia, quando l’olandese, ormai ingelosito, se ne va. La serata a tre era cominciata in uno strip-club dove Imen aveva cercato di far entrare anche dei ragazzi americani. Fallito il tentativo, coi nuovi amici si spostano in un altro locale e poi, sempre a detta dell’olandese, all’Irish Pub, in centro. «Sia Imen che il romeno - racconterà Den Otter - hanno bevuto qua e là bevande alcoliche, da una scala tra 1 a 10, almeno 6, Il romeno ha aggiunto anche cocaina. Ma Imen no». Circostanza che Stefan Iulian Catoi ha respinto, come ha negato l’omicidio. 
«Discuteva col fidanzato e allora me ne sono andato via prima», è stata la giustificazione sotto interrogatorio, dopo aver negato al momento dell’arresto (eseguito l’11 maggio dalla Mobile sempre in un bar di Battistini) di aver mai conosciuto Imen. Il romeno, che non sarebbe dovuto stare a Roma dove invece ha commesso un omicidio, come sembrano dimostrare i filmati delle telecamere, viene quindi spedito in galera su richiesta del pm Antonio Verdi e del procuratore aggiunto Maria Monteleone. Il giudice che firma l’arresto ne sottolinea le «particolari e allarmanti modalità di esecuzione del reato». Una spinta di spalle, dopo un pedinamento nascondendosi nei portoni e dietro auto in sosta. Una vendetta, forse, perché respinto. 
Martedì 21 Maggio 2019, 10:18 - Ultimo aggiornamento: 21-05-2019 10:57
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