Immuni e i grillini positivi, pressing del governo: ma è flop tra deputati e senatori

Venerdì 2 Ottobre 2020 di Francesco Malfetano

Il governo ci crede, il Parlamento meno. Dopo i contagi registrati nei giorni scorsi e il rischio di paralisi dei lavori al Senato (poi sventato, i lavori sono già ripartiti), si è riaperto il dibattito sull'utilità di Immuni. Così se da una parte l'esecutivo prosegue l'opera di convincimento degli italiani e immagina una maratona tv in stile Telethon per aumentare i download (fermi a 6,6 milioni), dall'altro spadroneggiano scettici della tecnologia e apostati del tracciamento.

Tra i corridoi di Palazzo Madama e Montecitorio si muovono frenetici i vorrei ma non posso di alcuni, i no ideologici di molti e gli «assolutamente sì, ma devono farlo tutti», di altri ancora.

LEGGI ANCHE «Lazio e Campania a rischio lockdown» 

La categoria più fantasiosa però sono gli indecisi. Tra loro spicca proprio Francesco Mollame, senatore M5s contagiato dell'ultim'ora, che «non ha potuto scaricarla perché ha avuto delle difficoltà a causa del telefono». Impedimenti simili per la collega Margherita Corrado che vorrebbe farlo ma ha «Problemi con la memoria dei dispositivi». Favorevoli ma non abbastanza. Un po' come il senatore dem Luciano D'Alfonso che pur essendo d'accordo con il suo impiego non l'ha installata perché «non era una priorità, mentre ora che con i casi degli ultimi giorni lo è, lo farò». Più drastica l'ex M5s Paola Nugnes che, dopo essere approdata al gruppo misto, è confluita tra gli oppositori più ferrei di Immuni. «Penso che possa causare una psicosi e immobilizzare il Paese».
 


Una posizione netta, che fa il paio con le rimostranze di molti parlamentari. Guidati da Giorgia Meloni e Matteo Salvini, una folta schiera di eletti, spesso dai propri account sempre attivi sui social, già nelle scorse settimane si è detta contraria a causa di hacker, interferenze cinesi e prospettive di un Grande fratello di Stato. Tra loro gli ex grillini Michele Giarrusso ed Elena Fattori, i leghisti Massimiliano Capitanio e Diego Binelli, i meloniani Ignazio La Russa e Edmondo Cirielli, la dem Anna Rossomando, il socialista Riccardo Nencini e i più dubbiosi forzisti Deborah Bergamini e Renato Brunetta che attacca la scelta di non imporre il download come obbligo: «La natura dell'operazione è sacrosanta - dice, sottolineando da ex ministro dell'Innovazione di approvare il lavoro di Paola Pisano - ma mancando l'obbligatorietà è stata vanificata sul nascere».
 
 

L'ultimo fronte, quello che impugna l'app come baluardo, è popolato da molte anime. Il corpus principale però è composto dai cinquestelle, schierati compatti nel sostegno al lavoro di Salute e Innovazione (e di Bending Spoons) come non lo sono mai stati nello scegliere un leader. Da Emilio Carelli a Stefano Vignaroli, da Giulia Grillo ad Emanuele Dessì, da Mattia Crucioli a Stefano Vaccaro, è per tutti una rincorsa a «l'ho scaricata per primo» e «dovrebbe farlo chiunque». Questo appena prima di interrogarsi. Proprio come Marco Croatti, l'altro M5s contagiato, su come sia possibile che a loro «non sia arrivata neppure una notifica». Se poi gli si chiede se dopo averla scaricata tengano attivo il bluetooth, però va a finire che la risposta è: «Ah! Si dovrebbe?».
 

Ultimo aggiornamento: 18:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA