Irpinia, gli errori
​da non ripetere

di Isaia Sales

Le grandi tragedie naturali, come ad esempio un terremoto, debbono essere valutate come un’imperdibile occasione di sviluppo? Non ho mai condiviso questo approccio, che invece prevalse dopo il terremoto che il 23 novembre 1980 aveva colpito in maniera durissima la Campania e la Basilicata. 

Gli eventi disastrosi che la natura non ci risparmia debbono essere affrontati con lo scopo di ripristinare le condizioni precedenti, mettendo innanzitutto in sicurezza le case e gli edifici che non sono crollati, perché è assolutamente possibile con le tecniche moderne convivere con una natura non benigna e continuare senza pericoli ad abitare, studiare e lavorare in quegli stessi luoghi, o limitandone enormemente gli effetti. E solo operando per ripristinare la vita quotidiana interrotta, risanando case ed edifici, fornendo alle pietre e al cemento una sicurezza antisismica, che si attiva anche un circuito economico virtuoso. Se invece si pensa di dare vita ad «un’economia della catastrofe» ancor prima dell’assicurare la ripresa della quotidianità interrotta, si capovolgono i termini della questione e si producono dei danni immateriali che competono per gravità con quelli materiali subiti. Ecco perché ciò che è avvenuto da noi dopo le 19.34 di quel 23 novembre (una data spartiacque per la mia generazione) non può essere assolutamente un modello per far fronte a ciò che si è verificato nel 2016 (dal 24 agosto in poi) nel cuore degli Appennini, tra il Lazio settentrionale, l’Umbria e le Marche.

Il terremoto del 1980 colpì con violenza il cuore dell’Appennino meridionale, quella parte che non aveva conosciuto compiutamente la modernizzazione economica e sociale che invece interessò le zone costiere. Interi paesi furono rasi al suolo, ma crollarono anche edifici da poco costruiti senza nessun vincolo antisismico, vecchi assetti si sfaldarono. Il post-terremoto accelerò quei processi che prima non si erano compiuti, cambiando radicalmente il volto e le menti di una parte del Mezzogiorno interno. Ma il sisma mise in ginocchio anche la città di Napoli che, pur non subendo gli stessi danni dell’Irpinia, vide compromessa la parte più fatiscente del suo centro antico creando migliaia e migliaia di senzatetto. Il bilancio complessivo fu di 2.914 morti, 8.848 feriti, 280.000 sfollati, la più immane tragedia naturale dal secondo dopoguerra in poi, con un’area vastissima coinvolta.

E vennero fuori immediatamente due rivendicazioni politiche: risarcire le aree interne della lunga emarginazione storica che il terremoto aveva messo a nudo; compensare con un esteso programma di opere pubbliche la crisi industriale e sociale che stava interessando la capitale del Mezzogiorno. Con queste premesse si avviò una strategia di ricostruzione nella quale il problema delle case e degli edifici sembrò ad un certo punto quasi secondario: un esteso programma di industrializzazione della montagna interna (con uno sproporzionato numero di aree da attrezzare, ben venti); un ampio programma di infrastrutture a Napoli e provincia, dove si perse ogni rapporto ragionevole con il danno: per ogni miliardo speso per le case se ne utilizzarono otto per le infrastrutture. E si usarono i vertici della magistratura napoletana per collaudarle, facendo scolorire la terzietà del potere giudiziario. Quali furono le conseguenze?

Indubbiamente le aree interne uscirono dal loro isolamento storico, ma non approdarono ad un nuovo sistema produttivo. Sfogliando l’interessantissimo studio prodotto dal Centro di Ricerca Guido Dorso, e curato egregiamente da Luigi Fiorentino (Editoriale Scientifica), si scopre che l’Alta Irpinia, cioè la zona più duramente colpita, continua ad essere ancora oggi terra di emigrazione, i paesi si spopolano (tranne pochissimi) e si perdono 2000 abitanti ogni anno. Il terremoto del 1980 ha modificato i luoghi, la distribuzione della ricchezza e delle opportunità, ma non ha arrestato i flussi migratori: prima andavano via i contadini, oggi i loro figli e nipoti. Tutte le risorse investite non hanno cambiato la struttura di fondo dell’Irpinia d’Oriente (come l’ha definita felicemente Franco Arminio). Poi ci hanno pensato le scelte fatte dalla Regione Campania con la chiusura degli ospedali e di altri fondamentali servizi per rendere difficile la permanenza in paesi anche ben ricostruiti. 

A Napoli, invece, fu fatta la sciagurata scelta di non utilizzare i fondi del terremoto per dare vita finalmente ad una grande opera civile e sociale: la ricostruzione e il risanamento del centro storico della città. 

Mercoledì 23 Novembre 2016, 08:20
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