L'Italia spaccata/Vita più corta e malattie: il divario che umilia il Sud

Martedì 4 Agosto 2020 di Carla Massi
L'Italia spaccata/Vita più corta e malattie: il divario che umilia il Sud

«Chi nasce in Campania e in Sicilia ha una speranza di vita alla nascita fino a quattro anni inferiore rispetto a chi nasce in Trentino o nelle Marche». Poche parole, ma chiare, quelle di Walter Ricciardi docente di Igiene all’università Cattolica di Roma e Direttore dell’Osservatorio nazionale sulla salute nelle Regioni. Parole che disegnano una situazione nella quale si intrecciano fattori economici, sociali, utilizzo delle risorse e salute pubblica.

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E che, in tempi non troppo lontani, potrebbe diventare ancora più fragile e disequilibrata rispetto al resto del Paese. Anche questo versante della diseguaglianza all’interno del Paese è sottolineato dai 29 promotori del manifesto “Ricostruire l’Italia. Con il Sud”. Mentre le malattie e i fattori di rischio rendono più o meno omogenea l’Italia, le disponibilità per prevenzione e cura segnano i confini e penalizzano le Regioni che devono combattere con i piani di rientro. Tanto che, tra gli addetti ai lavori, i vincoli di bilancio e gli abbattimenti del deficit sono diventati penalizzanti per la salute pubblica come lo sono il fumo, l’alcol e l’obesità.

Nell’ultimo Rapporto Istat viene, inoltre, focalizzato un punto che regala un’ulteriore chiave di lettura sul rapporto fondi sanitari e condizioni della popolazione: «Le percezioni soggettive peggiori delle proprie condizioni - si legge - sono prevalenti fra i residenti delle regioni del Mezzogiorno, in particolare Calabria e Sicilia, mentre in Trentino e in Toscana si concentrano quelle migliori. Anche in questo caso le Regioni con i più diffusi problemi di salute rientrano tra quelle sottoposte a piani di rientro e si posizionano, con l’eccezione del Lazio, nelle ultime posizioni della graduatoria».

L’analisi dell’Istat avanza anche l’ipotesi, solo qualche anno fa neppure adombrata, che lo svantaggio delle Regioni con difficoltà economiche non abbia nulla a che fare con la cronicità e la sopravvivenza. Anche se è indubbio che «gli interventi messi in campo per ridurre il deficit, nel medio e lungo termine, limitano la capacità di assistere la popolazione in maniera adeguata». La speranza potrebbe venire, anche se il Sud già protesta, dal Patto della Salute 2019-2021 che ha ridefinito il nuovo livello del fabbisogno sanitario fissando il Fondo a 116.474 milioni di euro per il 2020 e 117.974 milioni di euro per il 2021. I dati del finanziamento effettivo della spesa sanitaria fotografano però impietosamente l’attuale divario: in valori pro capite si va dai circa 2 mila euro (o oltre) delle Regioni del Nord ai 1.783 della Campania e ai 1.705 della Calabria.

LA VERIFICA
ll nuovo sistema di verifica e valutazione dei Lea (Livelli essenziali di assistenza), che entra in vigore da quest’anno, prevede criteri più severi per giudicare la qualità e l’efficienza dei sistemi sanitari regionali e, stando ad una simulazione svolta dal Comitato Lea del ministero della Salute solo 11 Regioni su 21 risultano essere adempienti, quindi sarebbero promosse. Le “bocciate” sono quasi tutte del Sud: Campania, Calabria, Molise, Basilicata, Sicilia, Sardegna, si salvano soltanto Puglia e Abruzzo. Il documento della simulazione è riportato dalla Corte dei Conti nel suo ultimo report sul coordinamento della Finanza pubblica. Superare il giudizio del Comitato Lea è decisivo: riuscire a raggiungere un punteggio di sufficienza garantisce lo sblocco di ulteriori fondi, una quota premiale pari al 3% del riparto del fondo sanitario al netto delle entrate proprie. Per gli analisti sanitari il definanziamento al Sud e, spesso, l’uso errato delle risorse porta a spiegare l’abissale differenza, per esempio nelle cure e nell’assistenza, che rivelano i tassi di alcune malattie. Una per tutte, il tumore. «Sono ancora troppe le differenze nel nostro territorio - denuncia Giordano Beretta presidente dell’Associazione oncologi medici - dall’adesione alle cure alle coperture degli screening. Nelle Regioni cosiddette virtuose si può contare sulla disponibilità di nuove terapie efficaci o di test in grado di analizzare il profilo molecolare del tumore. Fermiamoci solo agli screening per capirci. L’attivazione dei test sul tumore alla mammella in Lombardia è al 100 per cento e l’adesione delle donne, tra 50 e 69 anni, è pari al 60 per cento. Al Sud, invece, in alcune zone, l’attivazione è pari al 20 per cento. Risultato, nel primo caso 60 donne su cento sono protette mentre nel secondo solo 20 su cento».

(4-continua)
 

Ultimo aggiornamento: 12:13 © RIPRODUZIONE RISERVATA