Morto Riina, il risveglio di Corleone
I giovani: «I nostri eroi sono altri»

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di Francesco Lo Dico

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La città è livida e ammaccata, come reduce da una notte insonne. Stretti tra le due rocche gemelle, i tetti di Corleone sono sferzati dalla pioggia. Via Bentivegna è un budello stretto popolato di fantasmi. Persiane chiuse, bocche cucite, pochi giovani che si infilano nella corriera per Godrano con aria intimidita. All'orizzonte nuvoloni neri fanno a pugni con gli squarci di sole di un mattino di novembre contrastante. La perfetta metafora di un paesino che si sveglia diviso dopo la morte del famigerato concittadino. «Iddu», lo chiamano tutti. Lui e basta. Perché qui, il mammasantissima, nessuno lo nomina invano neppure da morto. Ma per il resto, su Totò Riina, la città marcia divisa. Da una parte i vecchi seduti nei bar con la coppola in testa e il sigaro in bocca. Sono quelli che dicono che il Capo dei Capi era una «brava persona ca fici tantu bene». Dall'altra i giovani, quelli nati dopo le stragi del 92, che della faccia di Riina non conoscono neppure i connotati. Quelli che i botti della mafia a Capaci e via D'Amelio, li hanno sentiti in dvd nelle proiezioni scolastiche.
 

Due città diverse, che sgomitano e sono costrette a convivere in una cittadina troppo stretta per accoglierle entrambe. Nel bar Keystone, a due passi da piazza Falcone e Borsellino, gli occhi del titolare sono incollati sulla diretta del Tg5, mentre sua moglie serve al bancone. «Hanno intervistato a Calogero, u viristi? Mischino, gli ammazzarono suo padre proprio qua vicino». Tempi feroci quelli. Tempi in cui i picciotti di Totò u curtu, si erano stancati di macellare vacche rubate nei campi, e si erano messi a scannare uomini con la stessa ferocia. Gli anziani però, non hanno nulla da rinfacciargli. Perché in quei fiumi di sangue, scorrevano pure fiumi di soldi. «Fino a quando c'era Iddu, tutti lavoravamo, dal primo all'ultimo. Quando lo presero, finirono tutte cose», dice nostalgico un uomo sui settant'anni che appare per metà dietro la mezza porta. Intanto al bar di via Bentivegna è già montato il dibattito. I vescovi hanno fatto sapere che non ci sarà nessun funerale pubblico, ma in tanti mugugnano. «Nostro Signore ha detto che tutti devono essere accolti, chi siamo noi per dire che un uomo non ha il diritto ad andarsene in pace?», ragiona la cassiera. «Non si è pentito, non ha diritto al perdono chi non si pente, e ora se la vede con Dio per quello che ha fatto», replica una donna sui 40anni, bionda e dritta come un fuso, mentre scuote la sua tazzina. Pezzi di città contro. Pezzi di una città dalle cento chiese dove ancora la religione è forte, e avvertita come forza salvifica. «Noi ci abbiamo provato a farlo pentire», dice la cassiera. «Era tutto pronto. Iddu aveva accettato poco prima di morire di ascoltare fra Felice. Poteva confessare i suoi peccati, ma purtroppo non abbiamo fatto in tempo». Forse solo il sogno di una redenzione impossibile. Perché in ventiquattro anni di galera, Riina non ha mai detto una parola. Mai un sussurro, mai un fiato. Dei pentiti Riina non aveva nessuna stima. Li ha ammazzati tutti. E quando non ci è riuscito, si è accanito sui loro familiari. Come è successo a undici parenti di Bagarella, scannati uno per uno senza minima pietà per gli innocenti. Torvo e livido fino alla fine, Totò continuava a sognare omicidi, a tessere attentati. Ma in paese, c'è chi riconosce al boss sanguinario una fosca coerenza. «Non ha parlato fino all'ultimo giorno. Iddu era il capo ed è stato coerente. Per me uno così è da ammirare», borbotta un uomo vicino ai cinquant'anni che ha i capelli grigi raccolti in una lunga coda.

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Sabato 18 Novembre 2017, 08:27 - Ultimo aggiornamento: 18-11-2017 14:07
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