Coronavirus, la spoon river italiana: non solo medici, anche autisti, cassiere e forze dell'ordine tra i martiri del lockdown

Domenica 24 Maggio 2020 di Gigi Di Fiore

La storia dei quasi tre mesi di emergenza coronavirus è anche la somma di tante storie di gente comune che, mentre gli altri restavano a casa, ha continuato a lavorare. Cassiere di supermercati, operai nei servizi essenziali, poliziotti, carabinieri, morti come medici e infermieri. Un'Italia produttiva nel lockdown che ha rischiato e molte volte ha pagato con la propria vita.

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Non hanno mai chiuso, la gente poteva comprare da mangiare nei supermercati. E le cassiere e i cassieri hanno rischiato nei contatti, soprattutto agli inizi senza mascherine, guanti e plexigas di protezione sui banconi. Maria Grazia Casanova era una di quelle cassiere. Lavorava al supermercato IperSimply di Brescia. Ha avuto i soliti sintomi: febbre e tosse. In pochi giorni, è arrivata una crisi respiratoria e, a 49 anni, con un marito e un figlio, è morta. Era il 21 marzo, i primi giorni dell'emergenza che in Lombardia aveva già raggiunto i suoi numeri drammatici. Il supermercato rimase chiuso per la sanificazione. Supermercati, ma anche merce che ha continuato a viaggiare per tutta l'Italia. Soprattutto via autostrada e con i corrieri. Molti hanno rischiato. Era il 13 aprile, quando è morto Nicola Omiciuolo. Aveva 58 anni ed era originario di Fontanelle comune del Trevigiano. Lavorava con la società di corriere espresso Ups. Il Covid-19 lo terrorizzava e usava guanti e maschierine nei suoi spostamenti nella zona di Oderzo in provincia di Treviso. Aveva lavorato con Sda prima di passare con Ups. Non gli sono servite le protezioni, è morto in tre settimane lasciando la moglie Ivana.

I corrieri e i camionisti. Non si sono fermati i camion. E Alfonso Procida li guidava. Era di origini campane, era nato a Gragnano dove avrebbe voluto tornare quando era scoppiata l'epidemia. Ma lui lavorava in provincia di Pavia e doveva rimanere perchè la sua attività non si è fermata. Aveva 55 anni, c'era ancora termpo per la pensione. Con il lavoro lontano, aveva comprato una casa, dove viveva con la moglie e i tre figli. È morto il 9 aprile e uno dei suoi figli lo ricordò: «È come se fossi partito con tuo camion per un altro viaggio, aspetterò il tuo ritorno invano».

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Nel lungo elenco di morti uccisi dal coronavirus, i medici e gli infermieri sono un terzo del totale. Molti altri appartengono alle categorie che hanno lavorato nei settori considerati essenziali. Quelli che non si sono potuti tappare in casa. C'erano anche gli autisti dei servizi pubblici, Quelli che accompagnavanio la gente costretta a uscire, anche loro nei primi tempi quasi del tutto privi di mascherine. Marco Delpriori aveva 56 anni, guidava gli autobus delle autolinee Sacsa tra Jesi e Ancona. Viveva a Jesi ed era anche diplomato in contrabbasso al conservatorio. Suonava, teneva concerti. Si è ammalato ed è rimasto un mese in ospedale. È morto il 24 aprile, lasciando la moglie e due figlie musiciste come lui.

I servizi hanno continuato a funzionare. Come quelli di raccolta rifiuti. Aveva 54 anni Ezio Ciprari. Era il capo operaio dell'autorimessa a Rocca Cencia dell'Ama, l'azienda romana di raccolta, trasporto e riciclaggio rifiuti. Dal nord al centro. Ciprari è morto all'ospedale Spallanzani di Roma il 9 aprile, aveva 54 anni e due figli. «Incredulità, rabbia, paura» scrissero i suoi colleghi sul Facebook. E i sindacati commentarono:«Bisogna comprendere quanto grave e drammatica sia questa fase». Ma i dipendenti dell'Ama a morire sono stati due. Dopo 15 giorni, il coronavirus ha ucciso anche Alberto Bucchi, autista di 64 anni nella stessa autorimessa di Rocca Cencia. L'ultimo suo giorno di lavoro era stato il 10 marzo.
 


Non hanno potuto interrompere il loro lavoro neanche poliziotti e carabinieri. Il brigadiere Calogero Anastasi lavorava da 24 anni a Vigevano in provincia di Pavia. Originario di Iglesias in provincia di Cagliari, è morto il 19 maggio a 53 anni, lasciando la moglie e due figli. Il decimo carabiniere stroncato dal virus. E anche Giorgio Guastamacchia ha avuto la vita stroncata dal Covid-19. Di lui hanno parlato molti giornali, soprattutto perchè aveva fatto parte della scorta del premier Giuseppe Conte. Sostituto commissario di polizia, 52 anni, Guastamacchia è morto al Policlinico di Tor Vergata il 4 aprile, lasciando la moglie e due figli. Vittime del virus, contagiati senza aver mai smesso di lavorare anche nella fase dell'emergenza. Se il Covid-19 ha ammazzato 25 infermieri e 163 medici, le altre vittime erano anche persone che non potevano «restare a casa». Gente al lavoro, storie nella incredibile storia della strage da coronavirus.

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