Pamela Mastropietro, la madre: «È stata uccisa e il supplizio non finisce»

Giovedì 24 Febbraio 2022 di Raffaella Troili
Pamela Mastropietro, la madre: «È stata uccisa e il supplizio non finisce»

Urla e scappa, gli occhi lucidi, la rabbia, la disperazione. Via dalla Cassazione, via da tutti. Perché c’è un tempo per combattere e uno per crollare. Alessandra Verni ci contava, sperava di mettere la parola fine, niente più aule di giustizia, solo giustizia. Niente testimonianze, ricordi orrendi, il dolore che stordisce tanto da staccare tutto: «Stasera è veramente pesante, non ce la faccio, non me l’aspettavo». Pamela Mastropietro, atto infinito. La Cassazione ha confermato l’omicidio, ma ci sarà un appello bis sulla violenza subita, per l’imputato Innocent Oseghale, il nigeriano accusato di aver ucciso e fatto a pezzi la 18enne romana, la pena potrebbe tramutarsi da ergastolo a 30 anni. 

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Doveva essere una giornata scontata, così non è stata.
«Oggi sono disperata, addolorata, sono quattro anni che aspetto giustizia. Per me e il papà di Pamela tutti i familiari è un prolungamento della sofferenza, un supplizio, una eterna via Crucis. Ci aspettavamo la conferma dell’ergastolo e basta, di fronte a gente che ha ammazzato una ragazza in quel modo. Confermati pressoché tutti i reati contestati, mi dicono, quantomeno si è stabilito che mia figlia è stata uccisa, è caduta per sempre la storia dell’overdose».

Ma non è finita. Annullata la sentenza d’appello con riferimento al reato di violenza sessuale, disposto un appello bis, a Perugia.
«Per noi Pamela è stata anche violentata, c’è il rammarico di non aver approfondito in primo grado alcuni aspetti. Così il dolore continua, una pena infinita».

Quali?
«La patologia psichiatrica di mia figlia. Probabilmente saremmo arrivati più blindati, protetti e forti oggi in Cassazione anche sotto il punto di vista della violenza sessuale».

Ancora bisogna attendere per mettere la parola fine.
«Così è un supplizio, speravamo di chiudere questa vicenda oggi, ma la decisione dei giudici ci lascia l’amaro in bocca perché dovremo affrontare un altro processo con il rischio di una riduzione della pena, quando noi siamo convinti davvero che Oseghale sia anche l’autore dello stupro».

Non doveva andare così, lo scoramento, la disperazione sono negli occhi di Alessandra che scappa da piazza Cavour. 
«Ammazzano, violentano, fanno a pezzi e lo Stato italiano non fa nulla».

Non è ancora finita.
«Mi aspettavo il massimo della pena per il carnefice di mia figlia. Ci sono altre persone coinvolte che purtroppo sono state tutte archiviate, mi aspettavo che ora le istituzioni volessero riaprire le indagini sui complici di Oseghale. Per un omicidio così efferato non può pagare solo una persona. No vogliamo una vera giustizia per Pamela».

Invece dopo una lunga giornata di attesa, la doccia fredda: un nuovo processo per lo stupro. Su Fb aveva scritto Pamela merita giustizia, come pure sta scritto sulla panchina all’Appio dove c’è una targa a lei dedicata.
«Purtroppo ancora non è stata fatta giustizia, sono straziata, questo è un calvario, l’ergastolo sarà confermato se verrà confermata la violenza sennò a quello gli daranno solo qualche anno».

Ancora non c’è stato l’ultimo atto, suo fratello l’avvocato Marco Valerio Verni, è sempre al suo fianco. Prossimo appuntamento a Perugia.
«Un grande dispiacere, questa storia, quanto meno a livello giudiziario non sembra avere mai fine».

E si aggiunge dolore ad altro dolore, nonostante la fede, le testimonianze d’affetto, il fatto che tra Alessandra e Pamela sia rimasto un legame, un contatto improvviso, che riesce a volte, se non proprio a colmare il vuoto, a far un poco compagnia. Segnali. Si sopravvive, non vive, dopo la morte di un figlio. 

Ultimo aggiornamento: 12:03 © RIPRODUZIONE RISERVATA