Petrolio in Val d'Agri, la Lucania alla guerra delle trivelle

di Gigi Di Fiore (inviato)

È nera la Madonna del trecentesco santuario di Viggiano. Nera, quasi per predestinazione divina, come quel liquido che sgorga dalle viscere della terra e, nel bene e nel male, condiziona la vita della valle. C'è il petrolio in Val d'Agri.



Qualcosa come il 70 per cento delle riserve italiane, un Bengodi insperato per tutta la penisola che ne ricava il 10 per cento del fabbisogno energetico nazionale. La Madonna dal volto scuro, comune a tanti luoghi del Sud, è «patrona e regina» della Basilicata, il petrolio ne sta diventando croce e delizia. È tutto concentrato in un grosso quadrilatero, stretto da Brienza in alto, Marsico Vetere a sinistra, Corleto Perticara a destra e il lago del Pertusillo in basso. Nel cuore, sulla terra rigogliosa che fu dominio del brigante Scopettiello, c'è Viggiano. Sembra strano che, proprio quando Carlo Levi descriveva la fiera civiltà contadina lucana dell'orgoglio e dei silenzi, da queste parti già l'Agip aveva cominciato le sue ricerche di idrocarburi. E, quasi vent'anni fa, a Viggiano cominciava la prima lavorazione del petrolio.



Poca cosa, rispetto a quello che oggi è il Cova (Centro olio Val d'Agri), vasto agglomerato da perdersi in tubature, invasi, uffici. Le guardie giurate ne sono custodi attenti. Centro chilometri di condotte, ben 27 pozzi che danno greggio, una produzione giornaliera aggiornata di continuo: 84619 barili riempiti ieri, 2 ottobre. Tutto questo, incastrato in luoghi da incanto, non lontano dal Parco nazionale Val d'Agri lagonegrese, appartiene al 70 per cento all'Eni e al 30 alla Shell Italia. La loro ultima concessione scadrà il 26 ottobre del 2019, facile intuire che verrà rinnovata. Il petrolio viene estratto e, attraverso condotte sotterranee, arriva alla raffineria Eni di Taranto. Il gas metano, invece, viene immesso nella rete di distribuzione Snam. L'acqua di stato che, spiegano i tecnici Eni, è una sorta di «acqua fossile» che era nel sottosuolo a contatto con il greggio, viene riportata nel terreno al pozzo «Costa Molina due».



La Lucania saudita è qui, ma il Dime (Dipartimento Sud dell'Eni), che gestisce tutto, ha trovato casa in un bel convento antico nel cuore di Viggiano. In tutto, vi lavorano 409 persone tra cui 208 lucani. Con l'indotto si arriva ad un'occupazione di 3.530 persone. Eppure, suona davvero strano che una regione con tanto oro nero, con uno stabilimento a Melfi in grado di produrre la famosa jeep Renegade marchiata Fiat Chrysler, resti fanalino di coda nelle classifiche di reddito nazionali. Le compagnie petrolifere esibiscono cifre da royalties consistenti: 195 milioni di euro vanno alla Basilicata, con l'ultimo incremento dal 7 al 10 per cento.



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Sabato 3 Ottobre 2015, 09:10 - Ultimo aggiornamento: 03-10-2015 09:22
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