Professori, l'assedio dei bulli: «Così la scuola è una trincea»

Venerdì 20 Aprile 2018 di Maria Pirro
Professori, l'assedio dei bulli: «Così la scuola è una trincea»

Franti il bullo, in versione 2.0, impugna lo smartphone e minaccia una insegnante di Velletri: «Ti faccio sciogliere nell’acido, ti mando all’ospedale», strilla in romanesco. E la sua non è nemmeno l’ultima, sboccata, incresciosa aggressione, solo che da ieri il video, diventato virale, è oggetto di una informativa inviata in Procura dai carabinieri. Così, il giorno dopo gli insulti all’anziano professore di Lucca, il malvagio tipetto tratteggiato da Edmondo de Amicis torna a far tremare tutti. Al punto che la ministra dell’istruzione Valeria Fedeli invoca «una linea rigorosa: di fronte ai fatti di Lucca e Velletri gli studenti vanno sospesi, il consiglio d’istituto valuta la gravità, che secondo me c’è, e deve esserci la sanzione fino alla non ammissione agli scrutini finali. Le regole ci sono e vanno applicate: non si possono accettare comportamenti come questi; lo dico non solo per questi due casi». 

Il fenomeno sociale è irrisolto tra i banchi, nonostante siano passati più di cento anni dal libro Cuore. Docenti a parte, il 52,7 per cento degli adolescenti subisce i comportamenti offensivi dei coetanei (dati Censis). E c’è un incremento di episodi che colpisce «i bambini più piccoli, con un’età inferire ai 10 anni», addirittura «un caso su tre ha 5 o 6 anni», come certifica il primo Centro dedicato alle vittime del bullismo in Italia, da dieci anni aperto nel reparto di pediatria del Fatebenefratelli Sacco a Milano. Per il suo direttore, Luca Bernardo, «trovare la causa è difficile». Ma ricercarla un dovere, nella scuola diventata «ultima trincea». Usa questa espressione lo psicanalista lacaniano Massimo Recalcati, che ha pubblicato numerosi saggi tra cui “Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre” (Feltrinelli). «II vero problema è che si è sfaldato il patto educativo che lega tra loro le generazioni: i genitori non sono più dalla parte degli insegnanti coi quali condividere le responsabilità educative, ma si sono schierati coi capricci dei figli facendo valere i loro interessi presso gli insegnanti. È un nodo essenziale», sottolinea.  
«Il nostro tempo che pure sembra dedicare un’attenzione mai vista prima ai figli e alle loro esigenze», prosegue Recalcati, «vive lo smarrimento della responsabilità dei genitori nell’esercitare il loro compito formativo. La scuola è una sorta di catalizzatore di questa crisi diffusa del discorso educativo: la rinuncia si è dissociata dal senso, ogni esperienza di frustrazione viene rifiutata come inutile, l’esperienza del limite rigettata perché quello che conta è la gratificazione illimitata dei figli». E, proprio per questo, «la scuola resta la nostra ultima trincea. È il luogo privilegiato per dare una forma umana e civile alla vita. È questa la sua funzione prima. Per questo essa non un’azienda, ma il luogo dove si gioca il futuro di un intero paese». Il medico Bernardo, che con Francesca Maisano ha scritto “L’età dei bulli” (Sperling & Kupfer), ribadisce nel saggio questa tesi: «La progressiva caduta dei modelli di riferimento, la confusione dei ruoli, la mancata accettazione dell’autorità e delle istituzioni, il rifiuto delle regole sono la cartina di tornasole dei comportamenti sempre più violenti e aggressivi che si osservano nelle nuove generazioni». E spiega che il malessere «coinvolge tutta la società». «È una società senza padri», interviene Stefano Bolognini, altro psicanalista di livello e scrittore prolifico che da anni partecipa a seminari nelle scuole, «dove riscontro la stessa situazione». «Ho pena e solidarietà per gli insegnanti, che non sono affatto sostenuti da tutto il contesto. Oggi non si accetta l’autorità e l’autorevolezza di nessuno. Si nota uno sbilanciamento nei ruoli, anche familiari, che diventano sociali e culturali, il sintomo di una situazione degenerativa in cui i docenti sono appunto i primi, a farne le spese». Colpa di «un’epoca narcisista», la definisce Bolognini. La scrittrice Mariapia Veladiano, dirigente scolastico a Vicenza, istituto Boscardin con 1300 iscritti, segnala come i social abbiano un effetto moltiplicatore: «Servirebbe un codice etico nel loro utilizzo anche tra docenti, per confermare la necessaria distanza, nello stile e nelle parole, con gli studenti. Ma il problema educativo investe innanzitutto le famiglie, che fanno fatica anche a scuola a essere collaborative. L’alleanza si è rotta e da soli è un predicare nel deserto». Lo sa bene Daniela Politi, insegnante napoletana con 37 anni di esperienza nella scuola di frontiera Ristori a Forcella, che preferisce non ricordare quanto vissuto in prima persona. «Serve più cooperazione, coinvolgendo le agenzie del territorio: la scuola deve cambiare perché i ragazzi sono confusi nei ruoli e nelle relazioni, appaiono più aggressivi e l’un contro l’altro armati, vogliono lo scontro. Occorre offrire loro opportunità diverse, prendersene cura». Un’iniziativa è sostenuta nel carcere minorile di Nisida dall’insegnante Maria Franco, che domenica prossima presenta “L’ultima prova”, il primo romanzo (edito da Guida e finanziato dal Miur) realizzato da un gruppo di scrittori noti come Maurizio de Giovanni e Valeria Perrella, inseguendo le vicende di alcuni ragazzi e ragazze detenuti. «Da noi arrivano sempre più in una “bolla”. Senza alcun tipo di riferimento tra gli adulti. Sono portati ad affermare con un gesto violento il loro essere nel mondo, come se non vedessero altre forme per esprimersi. Chiaro che anche l’insegnante può essere facilmente preso di mira». Il romanzo, rielaborato sulla base degli interventi degli stessi ragazzi, è il modo «perché possano provare a raccontarsi e ad avere una visione più distaccata di sé in un processo di auto-conoscenza in cui la parola non serve solo per aggredire». Annuisce Francesco Riva, 24enne, attore ed emergente autore di teatro impegnato nel tour con la storia della sua vita: «Ho subito azioni di bullismo, perché dislessico, quindi diverso. Sono riuscito a superare il trauma proprio grazie al teatro, perché i tre compagni al saggio scolastico furono colpiti dalla mia bravura, così smisero di tormentarmi». Il suo riscatto. «È stato fondamentale lavorare su me stesso, e anche parlare di quegli episodi con mia madre e gli adulti in generale. Senza denuncia, nessuno può intervenire». Riva sussurra: «I bulli sono più deboli di quello che si pensa, hanno una insicurezza di fondo, anche maggiore di quella indotta nelle vittime, non esistono né vincitori né vinti. Credere nelle proprie capacità, in se stessi, può aiutare». Christian Raimo, scrittore e giornalista, è anche un insegnante di storia e filosofia. E avvisa: «Ogni caso è diverso dall’altro. Per trattarlo, occorre inserirlo in uno scenario complessivo, analizzando le varie versioni dei fatti senza minimizzarli o renderli allarmanti. La scuola è fatta da ragazzi modello quanto dal bullo Franti, il punto è come educarli tutti. La sfida è provare a trasformare un comportamento irrispettoso. Al contrario, la mancanza di autorevolezza è l’alibi perfetto per bocciature, sospensioni, più telecamere e controllo. Il suicidio perfetto della scuola», una resa. Il professore confida: «Anche io, a 15 anni, insultai pesantemente un insegnante, che non aveva fatto nulla per meritarselo, ma lui fu bravo perché mi parlò a lungo con severità e, alla fine, io mi vergognai di quello che avevo fatto».

Ultimo aggiornamento: 13:35 © RIPRODUZIONE RISERVATA