Francesco Farina, capostazione a pochi chilometri dalla strage di Bologna: «Sapemmo cosa era successo solo in serata»

Domenica 2 Agosto 2020 di Gianpiero Pizzuti
L'ex capostazione Francesco Farina

«Quel giorno a Bologna nessuno di noi sapeva che era successo». A quarant’anni di distanza da quando l’Italia si fermò davanti alle immagini del vile attentato alla stazione di Bologna, Francesco Farina, per una vita capostazione, nato a Cassino, ma di Isola del Liri, oggi pensionato di 70 anni, racconta quelle ore subito dopo l’esplosione «Avevo trent’anni - gli occhi lucidi di chi non può aver dimenticato – ed ero in servizio presso la stazione di Tavernelle Emilia, a 10 chilometri dalla stazione di Bologna. Alle 11 dalla radio, non avevamo il televisore in stazione, apprendemmo dell’incidente, parlo di incidente perché all’inizio parlavano dell’esplosione di una caldaia nei sotterranei della stazione di Bologna, ma tutti noi addetti ai lavori sapevamo che sotto alla sala d’attesa non c’era nessuna caldaia. Capimmo subito che qualcosa non tornava».
 

Passarono i minuti e la situazione diventò ingestibile per chi in una stazione di campagna era tagliato fuori da ogni forma di comunicazione. «Impossibile comunicare con la linea telefonica ferroviaria – continua Farina – tutto interrotto, il telefono a gettoni funzionava, ma chi dovevamo chiamare? Non esisteva un coordinatore all’epoca, cercammo di capire quando iniziarono ad arrivare i primi treni nella nostra stazione in aperta campagna. Chi l’aveva mai vista tutta quella gente da noi, eravamo una stazione secondaria. Treni pieni di turisti tedeschi che sarebbero dovuti transitare per la stazione centrale per essere poi smistati verso la costa Adriatica».

Il primo, il secondo, il terzo, sui binari iniziarono ad ammassarsi i vagoni in un caldo giorno di agosto, dove l’unico rumore a rompere il silenzio era il frinire delle cicale: «Eravamo soltanto in due in servizio – continua nel suo racconto Farina – più un paio di manutentori, che avevano finito il turno, ma rimasero a darci una mano».

Il dramma era dietro l’angolo, ma loro non sapevano e qui la grande umanità di persone semplici, che capirono la difficoltà di quel momento. «Erano 500, forse 1000 viaggiatori, distribuimmo acqua e panini – il racconto interrotto spesso dal fazzoletto che asciuga la lacrima che solca il volto di Francesco Farina -. Comprammo tutto con i soldi che avevamo in tasca e, quando capimmo che non bastavano, usammo una cassa comune che tra noi dipendenti avevamo creato in stazione. Queste le uniche risorse che avevamo, facemmo il possibile con queste persone che per ore rimasero ai loro posti, al massimo erano seduti sugli scalini del treno. Nessuno si lamentava, tutti composti in vagoni senza aria condizionata e fermi al sole per ore».

Francesco Farina conclude: «La loro compostezza ed educazione la posso racchiudere con questa testimonianza. Quando finì l’acqua, dicemmo che c’era una fontana in stazione, il loro treno era parcheggiato sul terzo binario, ma loro non vollero attraversare le rotaie per rifocillarsi per nessuna ragione, dovemmo portare noi un tubo dell’acqua sul loro binario. Alle 16 arrivò la comunicazione che attraverso la cintura (l’anello ferroviario che circonda Bologna e usato dai treni merci) avremmo potuto smistare i treni viaggiatori provenienti dal Nord Europa per Rimini. Dalla nostra stazione ne smistammo una ventina, sino alle mezzanotte. Dei morti di Bologna e di quello che c’era stato lo sapemmo solo al rientro a casa. Noi nella nostra stazione non avevamo avuto tempo di capire, c’erano centinaia di persone da salvaguardare e gestire, lo facemmo con un tubo dell’acqua e con la nostra semplicità».

Il cuore che alimenta gli animi di quegli italiani che non troveremo mai nei libri di storia, ma che ci rendono orgogliosi di esserlo.

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