Kitesurfer risucchiato e ferito da un elicottero, l'odissea di Alessandro Ognibene: «Un anno senza giustizia»

Domenica 17 Gennaio 2021 di Emanuele Rossi
Kitesurfer risucchiato e ferito da un elicottero, l'odissea di Alessandro Ognibene: «Un anno senza giustizia»

«Se ci penso ancora mi commuovo, mia madre prega sempre per me dopo quanto mi è accaduto». È passato più di anno e Alessandro Ognibene non ha ancora ottenuto giustizia. Il kitesurfer romano venne travolto a Ladispoli il 3 ottobre 2019 da un elicottero militare in ricognizione. Ora il giudice è anche pronto alla pensione, perciò il processo slitta ancora. Eppure doveva svolgersi lo scorso 17 marzo l’udienza preliminare per sancire se rinviare a giudizio oppure no i presunti responsabili dell’incidente avvenuto nella zona di Torre Flavia. Prima la decisione di rinviare il caso presso il Giudice di Pace di Civitavecchia e non di fronte ai togati. Poi il Coronavirus, ora la sostituzione di un magistrato a far spostare nuovamente la data. Una storia senza fine soprattutto per lo stesso Alessandro Ognibene, lo sportivo 51enne che rischiò di pagare con la vita quel terribile incontro a distanza ravvicinata con un Chinook “pirata” che poi si allontanò senza prestare soccorsi o quantomeno allertarli a chi di dovere. 

Artigiano odontotecnico, in un giorno di ferie scelse la costa ladispolana per dar sfogo alla sua passione: il kite. «Ricordo come se fosse ieri – parla Ognibene – sono immagini nella mia mente che non andranno mai via. Quel bestione mi risucchiò in aria prima di scaraventarmi via». Il bipala provocò un turbine. Fu un volo di oltre 10 metri, l’uomo precipitò violentemente a terra e venne trasportato, ironia della sorte, da un’eliambulanza al Policlinico Gemelli con un forte trauma cranico, un’emorragia interna, diverse costole fratturate e ematomi a torace e schiena. Tre alla fine sono gli indagati: due piloti dell’Esercito e un ammiraglio della Marina militare a capo delle esercitazioni. Persino la Nato cercò di approfondire la vicenda perché durante l’addestramento, con base nell’aeroporto militare di Furbara a Cerveteri, parteciparono anche dei velivoli stranieri. Il ministero della Difesa invece avviò un’indagine interna e Malta – con le parole dell’ambasciatrice Vanessa Fraizer – sostenne che non si trattò di un elicottero maltese. Tutto ora è fermo, come confermato dai legali del kitesurfer. 

«Logico ci sia profonda amarezza da parte nostra – sostiene l’avvocato, Giacomo Tranfo – capisco le difficoltà del periodo per via dell’emergenza sanitaria, poi è spuntato fuori anche il problema dell’organico in tribunale per il pensionamento del giudice. È passato però un anno e ancora non è stata fissata l’udienza preliminare. E nella sede civile la difesa ha avuto il coraggio di sostenere che si sia trattato di un colpo di vento, quindi non del passaggio ravvicinato di un elicottero. Davvero vergognoso». Per la difesa in sostanza si sarebbe dovuta comprendere anche «la situazione metereologica nell’immediatezza dell’evento ricostruita solo parzialmente dalla controparte». Niente penale, si andrà a Giudice di Pace. 

Gli inquirenti di Civitavecchia, dopo le relazioni conclusive della Capitaneria di porto di Ladispoli a capo delle indagini, esclusero sin da subito il reato di omissione di soccorso poiché sull’elicottero coinvolto nell’incidente non venne trovata né la scatola nera né la riproduzione verbale della radio. Apparecchiature che a quanto pare erano a bordo solo nel secondo Chinook in sorvolo su Torre Flavia. Voli radenti in quel periodo con elicotteri minacciosi a bassa quota sopra ai tetti delle case. Alcuni cavalli di razza olandesi di un maneggio ai Monteroni, frazione agricola di Ladispoli, fuggirono terrorizzati dai bolidi e rimasero feriti.  

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