Violentata a 16 anni, gli insulti su Facebook:
"Avete visto come va in giro?" -Video

Mercoledì 29 Giugno 2016 di ​Titti Marrone
Violentata a 16 anni, gli insulti su Facebook: "Avete visto come va in giro?"

Ci sono casi in cui il corollario di una notizia colpisce quasi quanto la notizia stessa. Così, come se non fosse bastata la violenza su una ragazzina di 16 anni da parte di cinque coetanei a San Valentino Torio, il giorno dopo l'arresto del branco arriva l'eco di un risentimento sordo pronto a colpire, come una clava in una nuova aggressione vigliacca, la vittima che ha avuto l'ardire di rompere il silenzio e denunciare i suoi stupratori. È la vendetta di qualcuno tra i parenti dei ragazzini arrestati, che reagisce con un «avete visto bene quella come si concia e se ne va in giro?». 

Frase in piena sintonia con le tante in corsa libera nello stupidario incontrollato dei social forum, digitate da compagni di scuola, adolescenti amici dei cinque o anche conoscenti della ragazza, in vena di commenti carichi di minaccioso scherno verso di lei, e sfruttando l'occasione validi come messaggi espliciti nei confronti di tutte le altre, perché se ne stiano avvisate: «Se fate le troie, questo meritate».Fortuna che, a controbilanciare gli insulti e le solite accuse gettate in campo per ribaltare i ruoli e far apparire colpevole la vittima, ci siano altri messaggi, soprattutto delle amiche, che rintuzzano i primi, ribadendo che «la vittima è lei, non loro».

Ma il numero degli insulti elargiti dopo lo stupro e la violenza verbale di adolescenti trasformati in difensori degli aggressori, arrivando ad accusare la ragazza di averli provocati per il gusto di metterli nei guai, è francamente sconcertante. E fa venire in mente l'invettiva pronunciata da Umberto Eco a proposito degli effetti di emulazione negativa amplificati dalla rete, che induce soprattutto i portatori di bassi umori «di pancia» ad auto-caricarsi e rafforzarsi a vicenda: «Prima parlavano solo al bar, senza danneggiare la collettività. Venivano subito messi a tacere, mentre ora hanno lo stesso diritto di parola di un Premio Nobel. È l'invasione degli imbecilli». L'imbecillità in questione, però, preoccupa più di altre perché contagia dei ragazzi. È dolosa, perché li imprigiona in valutazioni e stereotipi fuorvianti. E dice di un presente che, con il «passo del gambero», scivola indietro cancellando quelli che erano sembrati traguardi raggiunti e condivisi, facendo balenare invece i lampi del vecchio armamentario di accuse sui segni di consenso disseminati in giro dalla creatura donna per il fatto solo di apparire, di vestire, di abbigliarsi, di esistere come differenza. E sono da far cascare le braccia dallo sconforto i toni e le formulazioni di quelle accuse se si pensa che a pronunciarle sono quindici-sedicenni amici di giochi e di studio della ragazza stuprata.

Esattamente le stesse, con le identiche parole, venivano usate dalle riviste ottocentesche chiamate «Penny Dreadfuls» per raccontare storie di violenza con dettagli raccapriccianti, senza quasi mai dimenticare notazioni sul modo di abbigliarsi della vittima, del tipo «aveva un vestito rosso attillato», e sulla di lei immancabile partecipazione, «è lei che l'ha voluto». Chi ricorda il documentario «Processo per stupro» girato nel 1979 da Loredana Rotondo e trasmesso dalla Rai, confrontando le invettive corse oggi sul web contro la ragazza stuprata con le argomentazioni della difesa dei quattro violentatori di quel caso, potrà rilevare dove ci stia portando il «passo del gambero». Gli avvocati di quel processo sostennero che una donna «di buoni costumi» non poteva essere violentata, che se c'era stata una violenza, questa doveva evidentemente essere stata provocata da un atteggiamento sconveniente, che se non c'era una dimostrazione di avvenuta violenza fisica o di ribellione, la vittima doveva essere consenziente. La frase più «gentile» risuonata in aula fu «voi portavate le gonne, perché avete voluto mettere i pantaloni?» e tutto il dibattimento si svolse con il «voi», cioè fu rivolto alle donne ree di non identificarsi fino in fondo con Santa Maria Goretti, inclusa l'avvocato della parte lesa, Tina Lagostena Bassi, che a un certo punto dovette ricordare di essere appunto l'avvocato dell'accusa e non della difesa, essendo stata la sua cliente trasformata in imputata costretta a difendersi.

Se però sbaglieremmo senz'altro a dare alla rete tutta la colpa dell'imbarbarimento emerso dai commenti dei ragazzi, di certo questa storia insegna come l'apparente intensificazione dei contatti propiziata dal web non giova né alla socialità né al senso di comunità. Servirebbe una sorta di educazione dei sentimenti, che includesse il rispetto delle donne e la conoscenza della sessualità come piena esperienza di amore e fosse asse portante di un robusto senso critico da incoraggiare nei giovani, anche attraverso la mediazione filosofica e letteraria. Quando Flaubert scriveva «L'educazione sentimentale», voleva mettere a fuoco la mediocrità della giovane borghesia francese della seconda metà dell'800, la «passione inattiva» che considerava tipica di quel tempo. Oggi ciò che potrebbe aiutare i giovani è sviluppare «passioni attive» capaci di liberarli dai muri interiori, facendone uomini e donne in grado, magari, di fondare relazioni basate sul confronto, prive di pregiudizi e soprusi.

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