Saman, la madre: «Io e tuo padre siamo morti lì sul posto». La donna intercettata in una conversazione Whatsapp

Saman, intercettata la madre: «Io e tuo padre siamo morti lì sul posto»
Saman, intercettata la madre: «Io e tuo padre siamo morti lì sul posto»
Domenica 25 Settembre 2022, 13:01 - Ultimo agg. 18:51
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«Noi siamo morti sul posto». Sono parole pronunciate da Nazia Shaheen, madre di Saman Abbas, la diciottenne pachistana scomparsa da Novellara (Reggio Emilia) il 30 aprile 2021, in una conversazione con l'altro figlio, intercettata a fine agosto 2021. È la prima volta dal delitto che spuntano parole della donna, che in questa occasione parla di sé e del marito, Shabbar Abbas. La telefonata è nel maxi faldone del processo che inizierà a febbraio 2023 a Reggio Emilia e che, dopo le indagini dei carabinieri e della pm Laura Galli, vede imputati per omicidio cinque familiari della ragazza: i due genitori - latitanti in Pakistan - i due cugini, Ikram Ijaz e Nomanhulaq Nomanhulaq, e lo zio Danish Hasnain, questi ultimi tre arrestati tra Francia e Spagna. 

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La frase di Nazia Shaheen è estrapolata da una conversazione via Whatsapp del 30 agosto 2021. È il ragazzo - il fratello minorenne di Saman, ora affidato a una comunità protetta, ndr - che chiama l'utenza pachistana usata dai genitori, fuggiti in patria il primo maggio, la mattina dopo il presunto omicidio della figlia avvenuto la notte fra il 30 aprile e il primo maggio, sui quali stanno emergendo nuovi dettagli. In primis la «confessione» del padre - «L'ho uccisa» - emersa in un'altra intercettazione. Il fratello di Saman è uno dei testimoni chiave per gli inquirenti: sentito in incidente probatorio il 18 giugno 2021, ha accusato i familiari del delitto, in particolare ha indicato lo zio Danish come l'esecutore materiale dell'uccisione della sorella. Un particolare sul quale converge in parte pure il racconto di uno dei due cugini indagati, Ijaz, a un compagno di cella in carcere.

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Un racconto in un contesto carcerario che gli stessi inquirenti prendono con cautela, ma secondo il quale gli ultimi istanti della vita della ragazza sarebbero stati questi: Saman tenuta ferma dai cugini Ijaz e Nomanhulaq mentre lo zio Danish la strangolava con una corda. Poi l'aiuto di una sesta persona, non identificata, per finire la giovane, infilare il corpo in un sacco, caricarlo in bici, smembrarlo e gettarlo nel Po. Dalla telefonata di fine agosto tra il fratello di Saman e la madre emerge ancora uno spaccato di omertà familiare nei confronti della sorte della ragazza. Colpevole, per i parenti, soltanto di voler vivere con una libertà non consona ai dettami tradizionali pachistani. 

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Le indagini

Il ragazzo parla con la madre di altre due persone della famiglia, non indagate, che secondo lui avrebbero istigato il padre nell'organizzazione dell'omicidio della sorella. Ô arrabbiato nei confronti dei due - uno zio e un cugino - ritenendoli responsabili moralmente per la fine di Saman e lasciando trasparire sentimenti di vendetta. La madre cerca invece di calmarlo chiedendogli di «lasciarli stare». Il giovane cita anche una frase riportata di questi familiari «'Se era mia figlia, anch'io facevo così con leì. Io non ho dimenticato niente. Li raddrizzerò questi due». A quel punto la madre ribatte: «Tu non sai di lei?», probabilmente riferendosi ai comportamenti di Saman, «Davanti a te a casa... noi siamo morti sul posto, per questo tuo padre è a letto e anche la madre (parla di sé in terza persona, ndr) a letto». Poi, in passaggi seguenti: «Tu sei a conoscenza di tutto», dice Nazia al figlio, «Pensa a tutte le cose, i messaggi che ci facevi ascoltare la mattina presto, pensa a quei messaggi, pensa e poi dì se i tuoi genitori sono sbagliati». «Ora mi sto pentendo, perché ho detto», risponde il ragazzo. Tra l'altro secondo un cugino sentito dai carabinieri di Reggio Emilia, un elemento che avrebbe fatto da scintilla alla 'condanna a mortè della diciottenne sarebbe stata una foto di un bacio tra Saman e il fidanzato, per le vie di Bologna, condivisa su un social dalla ragazza. A vederla fu il fratello minorenne che la mostrò ai familiari, scatenandone l'ira.​ 

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