«Senza scuola niente reddito di cittadinanza, così combatto la dispersione»

«Senza scuola niente reddito di cittadinanza, così combatto la dispersione»
Venerdì 23 Settembre 2022, 07:57 - Ultimo agg. 07:58
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Niente scuola, niente reddito di cittadinanza. Sono oltre 800 le segnalazioni registrate a Catania in cinque mesi di sperimentazione, dall’11 febbraio 2022, che hanno già portato a ridurre l’assegno in 200 casi. «Con risultati positivi. Ma sento poco parlare di misure contro la dispersione e la povertà educativa, un tema sottovalutato dai partiti in questa compagna elettorale», osserva Roberto Di Bella, presidente del Tribunale per i minorenni che ha fatto scattare i provvedimenti anti-evasione lì dove un bimbo su quattro non si presenta in classe. Nella sua città, il fenomeno supera infatti di gran lunga la media nazionale, del 12,7 per cento, come nel resto del Mezzogiorno. In tutta la Sicilia arriva al 21,1 per cento, in Puglia al 17,6, in Campania al 16,4 e in Calabria al 14.

Di qui la decisione di intervenire.

«L’azione è stata messa a punto con la creazione di un osservatorio per i minori a rischio promosso dalla prefettura di Catania, che vede insieme magistratura, Comune, scuola e tutti quegli organismi che si occupano della tutela dei più giovani, e siglando un protocollo con l’Inps».

L’obiettivo è far rientrare i ragazzi a scuola prima che finiscano nelle fila delle organizzazioni criminali.

«I grandi boss sono stati quasi sempre ragazzi di quartieri o contesti degradati, cresciuti nella disattenzione delle istituzioni e senza frequentare la scuola. Nelle mafie hanno trovato identità, appagamento, riscatto sociale. E, al di là della questione sicurezza, tutto ciò incide sul progresso culturale ed economico del paese».

Cioè?

«Lo ribadisce una recente indagine dell’Istat: i tassi di disoccupazione sono legati anche alla mancanza di competenze. Senza un impiego, tanti, troppi ragazzi restano per strada, finiscono per spacciare o, nella migliore delle ipotesi, lavorare in nero».

Come “alternativa”.

«Ma tutti devono andare a scuola, dal figlio del boss al figlio del magistrato: così imparano a rispettare le regole, a contenere gli istinti e a formarsi una coscienza civica. Gli strumenti per intervenire ci sono».

Altre realtà, dunque, potrebbero fare lo stesso?

«La legge lo prevede, anche se non è stata applicata: non serve una norma nazionale. E poi, c’è il nulla osta del ministero dell’Interno».

L’hanno contattata per questo?

«A me nessuno ha chiesto informazioni, solo a Reggio Calabria la stessa iniziativa è stata avviata in tre scuole, mentre a Catania coinvolge l’intera città metropolitana, e so che la Procura della Repubblica per i minorenni di Napoli ha avviato contatti con al prefettura locale».

A Napoli e dintorni persino segnalare i ragazzi assenti in classe sembra, però, un problema.

«Ma è un obbligo: i dirigenti scolastici devono farlo per legge, altrimenti commettono una omissione di atti di ufficio o comunque incorrono in responsabilità disciplinare. Per l’istruzione elementare, è proprio un reato non procedere ai sensi dell’articolo 731 del codice penale».

Resta la paura.

«Se non te la senti, vai a insegnare a Trento. Non resti a Napoli, a Catania o a Reggio Calabria».

Ma l’azione di uno solo non basta.

«Difatti noi a Catania abbiamo superato il problema perché i commissariati di polizia di zona hanno contatti diretti con i dirigenti scolastici, soprattutto nei quartieri a rischio. E abbiamo fatto una campagna di comunicazione, dicendo a famiglie e insegnanti che vanno sotto procedimento penale, civile o disciplinare, se i bimbi e ragazzi non vanno a scuola».

Ma non basta neppure sospendere l’assegno alle famiglie per sostenere bambini in condizioni già difficili.

«Certamente ci vuole altro. Decisivo è il lavoro dei servizi sociali prima che i genitori siano convocati anche in tribunale».

Sua anche la scelta di sottrarre i figli ai boss perché possano avere una vita diversa. Cosa ha imparato lei in questi anni da quella esperienza?

«Noi non sottraiamo, ma tuteliamo i ragazzi che hanno la sfortuna di nascere e crescere in quei contesti. Mi sono rimaste impresse le parole di un detenuto al 41 bis, il carcere duro, che mi ha chiesto di tenere lontano il figlio da suo “maledetto quartiere”. “Soprattutto lo aiuti a cambiare mentalità. Lui, come altri,  pensa che se uno va a scuola, si comporta bene e rispetta le regole è un fesso. Quando viene a trovarmi in carcere, mi considera un mito. Ma io non lo sono, la mia vita è stata un fallimento se mi trovo qua dentro”. Quell’uomo avrebbe voluto per il suo ragazzo un futuro diverso».

Ci è riuscito?

«Otto ragazzi su dieci tra quelli seguiti con il progetto “Liberi di scegliere” non hano ripreso a delinquere. Negli ultimi 10 anni, ho seguito in prima persona un centinaio di casi, e non sono gli unici, perché l’orientamento giurisprudenziale è stato esteso a Catania, dove ora lavoro, a Napoli, a Milano, a Palermo, a Catanzaro. Il problema ora è un altro...»

Quale?

«La continuità dei finanziamenti che servono anche per la formazione professionale, oltre che per i sostegni psicologici specializzati per i ragazzi, per le borse lavoro e per il sostentamento dei nuclei familiari sino a che non raggiungono autonomia esistenziale e lavorativa».

Provvede lo Stato?

«No, la Conferenza episcopale italiana sta finanziando il progetto con i fondi dell’8x1000, ma il protocollo è in scadenza, il 31 luglio 2023».

Cosa propone?

«Serve una legge, occorre dare continuità giuridica, economica, culturale, psicologica al progetto, che sta alimentando speranze laddove sembrava non vi fossero. Se la Cei ritira la sua disponibilità, non potremmo più aiutare i ragazzi e le famiglie che vogliono affrancarsi dalle mafie».

C’è già una proposta di legge depositata in Parlamento.

«Speriamo che la questione finisca all’attenzione dei politici e del prossimo governo: hanno grande responsabilità. La loro attenzione nei confronti dei bambini e ragazzi è anche il termometro delle potenzialità di progresso della società».

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