Sergio Zavoli e l'inossidabile passione per il ciclismo

Mercoledì 5 Agosto 2020 di Gian Paolo Porreca

Se ne è andato dunque, in quest' anno 2020 che non ha conosciuto la bella stagione del ciclismo, Sergio Zavoli, il suo ciclismo per amore. Se ne è andato, ed useremmo soltanto le sue parole, lui che ad ogni maggio aspettava ancora il Giro d' Italia, sperando che da una consolare emiliana, o da una traversa laterale, dalla carovana della corsa arrembante come una carica di levrieri, comparisse come in quella volta scolpita della giovinezza sua al comando Cazzulani. 'Primo, Cazzulani'.

Se ne è andato, in un quest' anno per il suo ciclismo iconoclasta con la 'Sanremo' di agosto e lo stesso Giro relegato in autunno, remoti da quella primavera che lui nei suoi atleti sulla bici, 'le ho conosciute nere, come quelle dei contadini al tramonto', aveva elevato al sublime quotidiano.

LEGGI ANCHE Zavoli e quell'amicizia inossidabile con Fellini

Quel sublime tangibile, di questi ragazzi con i pantaloncini ancora neri come gli scarpini ed i calzini bianchi, che negli anni '60 aveva avuto ospiti ed invitati ad un desco comune di vita e sentimento, al 'Processo alla tappa', niente TV a colori, nelle edizioni del Giro d' Italia dal '62 al '70.

Se ne è andato, a raggiungere i suoi amici ed a raccontare pure di quelli lasciati a terra, per quel garbo e quella devozione che in ognuno dei modesti nomadi in bici aveva intuito. 'Sono stati tutti miei amici', raccontava suadente Sergio, dal tempo di Raschi e Torriani, in quel cauto discorso sulla vita dell' uomo che nell' esercizio dolente della bici si decifra meglio. Tutti, e ci presenta Lucillo Lievore, in fuga ancora, a 17 minuti da Scandelli che è davanti, irraggiungibile, 'ma perchè lo fa ?, 'perchè è il lavoro, perchè altrimenti non sarei qui, a faticare, perchè meglio arrivare secondo che non terzo'. E ci presenta, 'sono tutti amici miei', come fossero i senatori ed i presidenti del mondo superiore, Antonino Catalano, il siciliano che si ferma esausto sul Tourmalet e getta via dai tornanti il suo cappellino, 'vola almeno tu, io non ce la faccio più', fermo su un paracarro'. E ci ricorda maestoso Eddy Merckx e l' incredibile pianto dirotto di Albisola, lacrime e cuore, espulso in maglia rosa per un doping mai acclarato al 'Giro del '69, un giornalismo ed uno strazio senza eguale. Forse, Pantani, un giorno, trenta anni dopo. Ma Merckx non era Pantani, l' abbiamo scritto. 
 

 

Se ne è andato, lasciandoci acceso il sorriso gentile di Vittorio Adorni, alla sua destra, campione della misura e del rispetto, una deliziosa ironia, l' educazione del Regio. Se ne è andato, sperando che il buon Alessandro Rimessi sia poi davvero riuscito a portarle la moglie ed i figli al mare, se solo lo avesse portato a termine, senza ritirarsi, quel Giro.

Se ne è andato, più in alto e tanto più bravo di noi, e così buono, con i suoi amici ciclisti, che appena arrivato lassù avrà subito chiesto notizie di Vito Taccone, il suo più amato interlocutore, così discolo e rabbioso talora, quell' abruzzese modesto ed irriducibile, il litigio con Armani a Maratea.... E semmai per lui, lo conoscevamo bene Sergio Zavoli, 'i miei amici ciclisti', colà dove si puote avrà speso ancora una parola migliore.
Perchè i ciclisti sono migliori degli uomini.

© RIPRODUZIONE RISERVATA