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Settore idrico frammentato al Sud, così sugli investimenti perde 6 a 1

Mercoledì 22 Giugno 2022 di Nando Santonastaso
Settore idrico frammentato al Sud, così sugli investimenti perde 6 a 1

Si chiamano “gestioni in economia” perché costano (in apparenza) poco ma spesso producono risultati altrettanto modesti, tra scarsi investimenti e una inutile frammentazione di interventi. Diffusissime al Sud soprattutto per i settori idrico e ambientale (parliamo del 65% del totale) contribuiscono a rendere ancora complicata la riduzione del “service divide”, il gap che continua a disegnare due Italie anche in questi servizi essenziali. Non c’è solo un ormai cronico problema di sprechi e di reti idriche colabrodo anche se, come dice il presidente dell’Unione regionale dei Consorzi di gestione e tutela delle acque irrigue, Vito Busillo, se la siccità sta facendo meno danni al Sud è perché si è investito per tempo nelle reti e nelle infrastrutture, sin dalla Cassa per il Mezzogiorno. 

Oggi il vero nodo riguarda la governance dei servizi, ancora poco integrati al Sud e dunque non in grado di assicurare ricadute importanti in termini di investimenti e occupazione. Lo fa notare con efficace chiarezza il “Rapporto Sud” di Utilitalia e Svimez, presentato ieri nella inedita cornice della Stazione zoologica Anton Dohrn, che ha valutato gli impatti economici e occupazionali del settore delle utilities al Sud e i possibili investimenti da parte del Pnrr. Un lavoro importante che fa emergere limiti e opportunità di sviluppo ad ampio spettro. Partiamo dai limiti: nelle gestioni “in economia”, gli investimenti nel settore idrico sono pari a 8 euro annui per abitante contro una media nazionale di 49 euro: un sesto. 

Nel 2020 in Italia sono andati dispersi nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei capoluoghi di provincia/città metropolitana 0,9 miliardi di metri cubi, pari al 36,2% dell’acqua immessa in rete (37,3% nel 2018), con una perdita giornaliera per km di rete pari a 41 metri cubi (44 nel 2018). In base a dati Istat 2022, la percentuale delle perdite totali in distribuzione è pari a circa il 68% a Siracusa contro il 14% di Milano mentre le famiglie che dichiarano di non fidarsi a bere l’acqua del rubinetto sono soprattutto al Sud. Rispetto a una media nazionale (2021) del 28,5%, si schizza infatti al 59,9% in Sicilia, al 49,5% in Sardegna e al 38,2% in Calabria. Non va molto meglio nei rifiuti: nella raccolta differenziata, solo due regioni meridionali (Sardegna e Abruzzo) superano l’obiettivo del 65%. Decisamente più numerose sono state invece le multe comminate all’Italia dall’Ue per il mancato rispetto delle direttive europee sia per la depurazione dei reflui (il 72% delle infrazioni riguarda le regioni meridionali), sia per altre criticità ambientali. 

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Con queste premesse è ovvio che i dubbi sulla gestione dei servizi elettrici derivanti da fonti rinnovabili sono forti. A meno che non si scelga la strada della gestione industriale delle utilities perché l’unica in grado di produrre investimenti e di superare le difficoltà dei Comuni e dei loro risicati bilanci. Dice il direttore generale di Svimez, Luca Bianchi: «La maggiore robustezza rispetto al resto dell’industria, riscontrata nelle gestioni integrate idriche e dei rifiuti, così come la capacità progettuale e di governo del sistema dei Consorzi di Bonifica, sono leve cruciali per favorire la transizione digitale ed ecologica del Sud. Puntare, dunque, su modelli di governance che si sono rivelati efficaci anche al Sud, rafforzandoli nei territori in cui ancora non si sono insediate le gestioni industriali e concentrandovi le maggiori risorse per investimenti del Pnrr, può essere la soluzione». 

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Lo confermano i numeri dello studio. Nel 2020 il fatturato dei servizi di pubblica utilità del Mezzogiorno ha sfiorato i 5 miliardi di euro (dati relativi a un campione di 241 aziende del Sud). Ovvero, il 21% di tutto il fatturato prodotto in Italia dalle aziende attive nei settori idrico e ambientale. Il valore della produzione ammonta a 11 miliardi di euro e per ogni euro prodotto al Sud se ne attivano 2,2 nel resto d’Italia. Ma anche sul versante dell’occupazione i conti tornano e possono migliorare: nelle regioni meridionali (sono 93mila gli addetti sul totale di 293mila in Italia) per ogni milione di euro di produzione realizzata dalle utilities locali si attivano infatti dai 7 ai 10 addetti e si creano da 2 a 3 posizioni lavorative aggiuntive nelle regioni del Centro-Nord. Per la presidente di Utilitalia, Michaela Castelli, «bisogna intervenire nei territori in cui le amministrazioni locali non hanno ancora affidato il servizio a un soggetto industriale, con l’obiettivo di superare le gestioni in economia e la frammentazione gestionale».

Ultimo aggiornamento: 07:24 © RIPRODUZIONE RISERVATA