Silvia Romano, i sospetti sui due masai incaricati di proteggerla nel villaggio

Domenica 17 Maggio 2020 di Giuseppe Scarpa

Gli inquirenti vogliono fare luce sulla condotta dei due masai che dovevano garantire la sicurezza a Silvia Romano nel poverissimo villaggio keniota di Chakama, ad ottanta chilometri da Malindi, nella contea di Kilifi. Il Ros dei carabinieri è andato venerdì nella sede della onlus Africa Milele per acquisire della documentazione. Soprattutto mail e scambi di informazioni tra la presidente dell'associazione, Lilian Sora, e suo marito, che è appunto uno dei due masai.

Insomma più che valutare la professionalità dei due kenioti gli investigatori vogliono verificarne la fedeltà.

La questione dei protocolli di sicurezza che l'organizzazione doveva garantire alla Romano, che rimane oggetto di indagine da parte degli inquirenti, è in questo momento secondaria. Prima di tutto perché non esiste un vero e proprio obbligo giuridico che impone ad un'associazione di dover assicurare o preparare, con un corso di formazione, le persone che vengono inviate in questi teatri.
Una parte consistente delle ong lo fa da regolamenti interni. Eventuali obblighi possono discendere solo se la stessa associazione ottiene il finanziamento da un ente che impone, nel bando del progetto, tutta una serie di requisiti da adempiere come, ad esempio, la sicurezza dei lavoratori che opereranno nella missione. Ma non è questo il caso del progetto a Chakama di Africa Milele. Inoltre Romano non era stata inviata come cooperante, quindi in un rapporto professionale, bensì come volontaria. Insomma in un quadro ben più semplice da un punto di vista giuridico.

Di sicuro la procura cercherà lo stesso di capire cosa avrebbe potuto fare la ong per garantire un minimo di protezione alla 24enne. C'è infatti un precedente, sempre del pubblico ministero Sergio Colaiocco, titolare anche dell'inchiesta sul rapimento della Romano, che ha portato alla condanna dei vertici della società Bonatti colpevoli di non aver garantito adeguata sicurezza ai propri dipendenti, rapiti in Libia nel luglio del 2015. Due vennero uccisi gli altri due successivamente liberati.

Il magistrato era riuscito, a gennaio del 2019, ad ottenere una condanna per cooperazione colposa nel delitto doloso, il primo caso in Italia per un'impresa. Se questo schema dovesse replicarsi il mondo delle ong italiane dovrebbe adeguarsi ad un nuovo modello.
 


Ad ogni modo la priorità del Ros è adesso capire quelli che sono stati i movimenti dei due masai nel villaggio. La stessa Romano ha rappresentato al procuratore capo di Roma Michele Prestipino un quadro abbastanza anomalo, che spinge i carabinieri a indagare più a fondo. «Qualche giorno prima della mia cattura - ha spiegato la giovane - due uomini vennero a cercarmi nel villaggio. Io lo seppi dopo ma il masai che doveva essere con noi non fece nulla su questo episodio».
Inoltre al momento del blitz i due masai, muniti di machete, non erano presenti. Uno era al fiume e l'altro in giro per il villaggio. Insomma un teatro completamente sgombro che ha permesso ai rapitori di muoversi in totale libertà .
D'altro canto l'ipotesi che la volontaria fosse stata venduta da qualcuno era un'opzione che per prima avevano fatto gli stessi poliziotti kenyoti.

Intanto la 24enne incassa gli inviti di numerosi imam che predicano in diverse Moschee d'Italia. È il caso di Maher Kabakebbji, presidente della moschea Mariam non lontana da dove vive Silvia Romano. La ragazza ha aderito alla fede islamica durante il rapimento nel covo dei jjihadisti di Al- Shabaab.

Una conversione su cui, nonostante tutto, Kabakebbji non nutre dubbi: «chiunque dichiara la sua religione manifesta la sua intenzione e non la mettiamo in discussione, mai. Per noi si tratta di una cosa privata». 

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