L’Aquila, fine della ricostruzione 12 anni dopo: una casa su 6 è ancora in macerie

Martedì 6 Aprile 2021 di Stefano Dascoli
L Aquila, fine della ricostruzione: una casa su 6 è ancora in macerie

Dentro o fuori: chi entro il 30 settembre non presenterà la richiesta di contributo, corredata almeno dalla prima parte del progetto, o chi non completerà la domanda dopo le mille sollecitazioni, perderà i soldi per la ricostruzione. La rinascita dell'Aquila, distrutta dal sisma di dodici anni fa, è all'ultimo bivio. Se non interverranno proroghe o correttivi (la norma di riferimento è il decreto 183 del 2020, da poco convertito in legge, lo scorso febbraio), il 15 per cento del patrimonio privato, ovvero una casa su sei, resterà danneggiato o, peggio, distrutto. Una possibile beffa nella beffa visto che i fondi per completare la rinascita, circa 4 miliardi, sono stati stanziati. Proprietari e tecnici sono in fibrillazione: sono 640 le pratiche, delle 970 che mancano a chiudere la ricostruzione del cuore della città, ancora impantanate. Il titolare dell'Ufficio speciale della ricostruzione, Salvo Provenzano, fratello dell'ex ministro Giuseppe, ha lanciato l'allarme: «Così non si possono fare previsioni serie sui tempi di chiusura». 

Il dodicesimo, questo, è l'anniversario del redde rationem, dunque. L'auditorium da 6 milioni di euro, regalato da Renzo Piano e dalla provincia di Trento dopo la tragedia, sta ormai ingiallendo. Il legno colorato marcisce e serviranno 350 mila euro che al momento non ci sono per riportarlo allo splendore che fu. L'unico vero intervento che ha segnato una discontinuità nel post terremoto, per il resto ostaggio quasi maniacale del com'era e dov'era, fotografa lo scorrere inesorabile del tempo. Sono trascorsi già 12 anni da quel 6 aprile del 2009, da quando L'Aquila e 56 comuni abruzzesi furono colpiti a morte da un terremoto di magnitudo 6.3 della scala Richter che causò 309 vittime. 

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Ci ha pensato la pandemia a privare la comunità anche di quel momento di collettiva immersione nella preghiera che era la fiaccolata notturna, finendo per reprimere anche quel rigurgito di speranza che sembrava poter tracimare da un momento all'altro nei vicoli e nelle piazze del centro storico: in tanti hanno scommesso sul rientro in questi palazzi a cui i restauri hanno restituito una bellezza persino sfavillante, ma il virus ha interrotto il grosso di questo processo di riappropriazione. Certo, i coraggiosi non mancano. A metà aprile tornerà negli storici locali l'ottica Genitti, da 57 anni lungo il Corso. E tanti sono pronti a seguire questo esempio.

A 12 anni dalla Grande Scossa si vive ancora di paradossi. Da un lato ci sono i buchi neri: il Duomo di San Massimo, la chiesa di Santa Maria Paganica, il palazzo comunale che ospitò Margherita d'Austria, il Convitto nazionale che è diventato la tomba di tre ragazzi, la storica Biblioteca Tommasi, il Forte Spagnolo e persino il Teatro che è stato casa di Gigi Proietti e Carmelo Bene. Dall'altro lato c'è la città che ha scommesso sulla conoscenza e sulla ricerca internazionale, attirando i migliori cervelli al Gran Sasso Institute e decidendo di fare del centro una sorta di college diffuso con il Collegio di merito Ferrante d'Aragona. Il futuro si gioca qui. 

 

A dodici anni dal sisma sono solo due, poi, le scuole ricostruite, quella di Arischia e la Mariele Ventre. Per il resto si va ancora a lezione nei moduli provvisori che a ottobre 2009 salvarono la città dalla grande migrazione. L'Università regge attorno ai 20 mila iscritti, ma negli ultimi giorni l'Azienda per il diritto allo Studio ha fatto sapere di voler chiudere il campus per studenti all'ex caserma Campomizzi: sarebbe diseconomico.

Allontanarsi dal centro significa imbattersi nel Progetto Case, le piastre antisismiche costruite da Bertolaso e Berlusconi. Vi abitano ancora 7.111 persone (sono state anche 15 mila) e ferve il dibattito tra riuso e demolizione. Molte frazioni attendono ancora l'apertura del primo cantiere e con loro molti borghi. I lavori privati sono terminati all'85 per cento, quelli pubblici al 50. Dietro c'è un territorio intero che ancora fa a cazzotti tra grandeur ed emergenza, tra i sogni e la realtà, tra l'ambizione di modernità e le case di legno.

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