​Terrorismo, Lombardia, Lazio e Puglia: la rete italiana del califfato

Giovedì 29 Marzo 2018 di Sara Menafra

Una segnalazione specifica arrivata da 007 stranieri, in particolare dalla Francia, Germania e Stati Uniti, e relativa sia all’allerta di Pasqua sia all’ipotesi che nei flussi di migranti, specie tra coloro che giungono con piccole (e più costose) barche fantasma si nascondano islamici radicalizzati. È stato quel documento, assieme agli arresti di questi giorni, a spingere il ministro dell’Interno Marco Minniti a convocare il Casa, Comitato analisi strategica antiterrorismo, ieri pomeriggio. 

LA GALASSIA
Dopo due operazioni di Digos e Antiterrorismo della Polizia di stato una di seguito all’altra (prima Foggia, poi Torino) e a pochi giorni dall’attentato suicida nel sud ovest della Francia, l’Italia si risveglia spaventata dalla presenza di gruppi o individui che minacciano di voler organizzare un attentato nel nostro paese ispirandosi all’Isis. Dall’Antiterrorismo non hanno mai nascosto che il rischio è concreto per noi come per il resto d’Europa e che non esiste una strategia risolutiva di breve periodo. L’unico antidoto, temporaneo, è il constante monitoraggio: «In queste ore vengono alla luce operazioni di polizia giudiziaria sulle quali si è lavorato nel corso del tempo», spiegano gli investigatori. 

Strutturalmente, sono due le forme di proselitismo che preoccupano maggiormente e che proporzionalmente sono sotto osservazione. Da un lato i centri islamici, costruiti attorno ad una moschea. Quelle radicalizzate divengono fattore di attrazione e propaganda dai quali, in passato, era possibile partire per andare a combattere in Siria. L’ultimo esempio è quello di Foggia, perché anche al di là dell’indottrinamento dei bambini, la moschea, l’estate scorsa, aveva dato ospitalità al presunto terrorista islamico Eli Bombataliev, arrestato un anno fa. A quasi vent’anni dall’attentato delle torri gemelle, ogni gruppo jihadista ha una sua storia, a volte nata in contrasto con strutture moderate. Ad ospitare i primi gruppi radicali, fin dai primi anni duemila, è stata la Lombardia: Milano, soprattutto, ma anche Cremona (uno degli ultimi espulsi dall’inizio dell’anno, un 44 enne egiziano, risiedeva proprio nella cittadina e qui le sue posizioni radicali lo avevano portato a scontrarsi con l’Associazione islamica locale) e Varese dove l’imam cittadino, Zergout Abdelmajid, fu arrestato ben dieci anni fa su indicazione delle autorità marocchine. Massima attenzione c’è poi per i gruppi presenti in Emilia Romagna, soprattutto sulla direttrice Bologna, Modena, Reggio Emilia. Negli ultimi anni, con la stabilizzazione dei richiedenti asilo nei luoghi di arrivo e complice la crisi economica che ha reso meno attrattivo il nord Italia, gruppi radicalizzati si sono fatti conoscere anche al sud: in Sicilia e in Puglia. 

IL CASO DI LATINA
Ci sono poi gruppi e gruppetti che si ritrovano insieme, almeno inizialmente, attratti da necessità economiche. La rete attorno alla capitale, in particolare nell’ex distretto industriale tra Latina e Aprilia ne è l’esempio più lampante: Ahmed Hannachi, l’attentatore di Marsiglia del primo ottobre scorso, aveva vissuto ad Aprilia, dove si era anche regolarmente sposato e aveva accumulato piccoli precedenti per spaccio. A Latina viveva anche Anis Amri, l’attentatore della strage del mercatino di Natale 2016 a Berlino, che poteva contare anche su una rete di sostegno, in parte già decapitata da arresti ed espulsioni. I contatti con la moschea sono stati sempre piuttosto tesi ma è stata la solidarietà familiare a spingere alcuni a radicalizzarsi e partire per l’Europa. C’è anche la sfuggente galassia di individui che si “auto addestrano” in rete, ma non per questo meno pericolosi. Come ha recentemente detto il capo dei servizi, Alessandro Pansa, tra questi si contano anche i «radicalizzati homegrown», che hanno letto tutto solo su internet ma si dicono pronti ad agire. 

 

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