Ucraina, dall'Italia ragazzi diretti a Kiev per arruolarsi: la benedizione del prete prima della partenza

Sabato 26 Febbraio 2022 di Franca Giansoldati
Dall'Italia ragazzi diretti a Kiev per arruolarsi, la benedizione del prete prima di partire

Roma - Zaino in spalla, telefonino, caricabatteria, scarponi pesanti e il crocefisso al collo. I primi hanno cominciato a partire poco più di una settimana fa, salendo su autobus diretti in Ucraina. Chernivtsi, Leopoli, Kyev. Non ci hanno pensato troppo a lasciarsi alle spalle tutto: la  fidanzata, gli amici, i genitori, l'università o il lavoro svolto nelle città di Roma, Padova, Vicenza, Trieste, Milano, Novara. Il fatto è che a questi ragazzi risultava insopportabile mantenersi distaccati da quello che stava accadendo a migliaia di chilometri di distanza, ascoltando in presa diretta i racconti angosciati dei familiari rimasti in patria e poi quel tam tam di sottofondo che non lasciava dormire sonni tranquilli a nessuno. Per molti la scelta è arrivata così: partire subito per arruolarsi. 

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«Non ci sono statistiche, non so dare un numero preciso ma posso però confermare che sono tanti i ragazzi ucraini, alcuni dei quali giovanissimi e nati in Italia, che hanno scelto di andare a combattere per Kiev» racconta padre Teodosio Hren, sacerdote dell'Esarcato apostolico per i fedeli cattolici ucraini di rito bizantino residenti nel nostro paese. Dietro questo gesto di responsabilità, non si riescono ad inviduare spinte romantiche. «Sono consapevoli». Questi ragazzi hanno comprato il biglietto per un bus a lunga percorrenza e fare un viaggio verso l'ignoto. Chissà se torneranno indietro.

Prima di salire sull'autobus molti di loro sono andati dai sacerdoti a chiedere una benedizione. «I nostri ragazzi vengono e raccontano che stanno per partire e raggiungere il nostro popolo». I minuti nelle chiese scorrono veloci ma per loro c'è tempo per una lunga chiacchierata alla quale seguono preghiere recitate assieme, la lettura di un brano del Vangelo, l'abbraccio paterno. Scene ormai divenute consuete nelle oltre 160 comunità cattoliche ucraine distribuite in tutto il territorio, dal Piemonte alla Sicilia, punto di riferimento per domestiche, badanti, infermiere. «I nostri sacerdoti accolgono questi ragazzi che spesso non hanno mai visto prima. Chiedono di essere benedetti, recitano una preghiera e poi se ne vanno».

Cosa può spingere un ventenne o trentenne ormai abituato ad una vita comoda e tranquilla, ad abbandonare tutto per imbracciare un mitra ed entrare in stretto contatto con la morte, la guerra, il rischio, la distruzione, il dolore, lo spiega padre Teodosio. «Coloro che partono lo fanno consapevolmente. Non è un gioco, un capriccio, ma qualcosa che ha a che fare con la propria coscienza. Messi davanti a questa guerra assurda e insensata, dove la gente sta soffrendo e rischia di soccombere al male, ecco che in loro scatta l'imperativo di difendere i più deboli, il proprio paese. Diventa un impegno cristiano» racconta un altro sacerdote, Vasyl Kysheniuk, attivo nel nord Italia.

Il fenomeno è più diffuso di quanto non si possa pensare e non si esaurirà a breve. I sacerdoti ucraini presenti in Italia ne sanno qualcosa, mentre nelle chiese si coordinano gli aiuti e la macchina umanitaria, raccogliendo denaro, farmaci e beni di prima necessità da fare arrivare attraverso camion a Kiev o a Leopoli. In un messaggio il vescovo Dionisio Lachovicz ha incoraggiato di collaborare con la Caritas Ucraina. «Credo che il cuore di ciascuno di noi sia pieno non solo di preoccupazione ma anche di disponibilità a fare dei passi concreti».

Ultimo aggiornamento: 28 Febbraio, 11:45 © RIPRODUZIONE RISERVATA